All’indomani del referendum i volenterosi alleati del populismo dovranno fare i conti con la realtà

Nessuno si è mai scandalizzato del fatto che tanti leader politici prima dei cinquestelle abbiano giocato la carta dell’antipolitica e del «taglio delle poltrone». Del resto, chi per funzione avrebbe dovuto scandalizzarsi, cioè la stampa, è stata la prima ad alimentare la campagna contro la «casta», le «poltrone» e i «costi della politica» (lo ricordava ieri il Fatto con un tono a metà tra il nostalgico e il minatorio, ma per una volta, fattualmente, ineccepibile).

Resta però una differenza essenziale tra il tentativo di cavalcare la tigre e la scelta di allevarla, nutrirla e addestrarla per anni. Una differenza grande almeno quanto quella tra una riforma del bicameralismo paritario (una qualsiasi tra le molte tentate nei precedenti decenni: scegliete pure quella che preferite) e il taglio lineare, cioè a casaccio, condotto per pure ragioni simboliche.

Nessuno si è mai scandalizzato del fatto che un partito assoldasse un istituto di sondaggi allo scopo di utilizzarne le rilevazioni come strumento di propaganda, nella fondata aspettativa che sarebbero state sempre assai più favorevoli di quelle di ogni altro istituto. Resta però una differenza essenziale con quello che è accaduto in questa campagna referendaria, con sondaggi assai singolari usciti in agenzia a una settimana dal voto, quando cioè sono vietati, ovviamente per errore. Ma tu guarda a volte la distrazione.

Nessuno si è mai scandalizzato del fatto che i politici potessero occasionalmente negare, deformare, manipolare le verità più evidenti, comprese quelle dell’aritmetica. Resta però una differenza essenziale tra le consuete sparate da campagna elettorale e il rifiuto sistematico del principio di realtà. E resta soprattutto la differenza abissale tra le piccole o grandi scorrettezze di qualunque altra forza politica e il fatto che a gonfiare i ministeri di consulenti, a fare molta confusione con scontrini e rendicontazioni, a piazzare ex compagni di banco ed ex compagni di partito trombati su ogni possibile poltrona ministeriale, statale o parastatale, siano proprio quelli che con la retorica del taglio agli sprechi e della lotta contro la «casta» sono stati eletti e hanno fatto fortuna. Quelli che mentre infliggono all’intero paese i costi esorbitanti dell’incompetenza loro e di tutti i loro protetti – costi che non basteranno sette generazioni a finire di pagare – non contenti del risultato raggiunto, hanno anche il coraggio di additare il parlamento come fonte di sprechi contro cui indirizzare la collera popolare.

Possiamo – tutti noi che li guardiamo dall’esterno – fare gli uomini di mondo, minimizzare i danni che stanno facendo o ingigantire i pericoli maggiori che in tal modo starebbero, bontà loro, risparmiando alla collettività, ma non possiamo negare l’evidenza del bilancio che abbiamo sotto gli occhi, e che il 21 settembre ci troveremo davanti in tutta la sua irreversibile oggettività: all’indomani del referendum costituzionale e delle elezioni regionali, a un anno esatto dalla nascita del secondo governo Conte, un anno intero in compagnia dei decreti sicurezza e di tutti i principali provvedimenti del governo precedente.

Possiamo aggrapparci agli stanchi sillogismi di un realismo politico che mai era stato utilizzato in modo tanto distorto e contro natura, ma chi vogliamo prendere in giro? La storia e la lingua stessa del realismo politico, con l’inevitabilità del compromesso, il calcolo razionale dei costi e dei benefici, il principio di responsabilità, ci dicono tutt’altro: cosa c’è al mondo di più completamente estraneo al Movimento 5 stelle e a quel pezzo di ceto intellettuale, politico e giornalistico che gli ha aperto la strada?

Può darsi, tuttavia, che abbiano ragione i dirigenti del Pd e i numerosi sostenitori di questo precario equilibrio di governo. Forse, nell’epoca delle arti marziali miste, evoluzione della disciplina brasiliana detta «vale tudo», anche la politica funziona così: vale tutto.

Inutile dunque perdere tempo con noiose cerimonie, teorie e principi – a cominciare da quello di non contraddizione – che sembrano non dire più niente a nessuno.

Evidentemente un partito può benissimo avallare tutte le nomine dei qualificatissimi compagni di scuola di Luigi Di Maio e poi parlarci di come promuovere un nuovo rinascimento italiano; sguazzare un anno intero tra navigator, guru del Mississippi e pirati informatici del sito dell’Inps, per poi organizzare pensosi convegni sull’innovazione e il ripensamento dell’intera pubblica amministrazione; invitare sul palco della propria festa nazionale, per spiegare ai militanti la politica economica del governo, nientemeno che Laura Castelli, e poi venirci a dire come intende ridisegnare il ruolo dello Stato nell’economia. È evidente che può fare tutto questo, per un anno intero, senza che a nessuno di loro scappi da ridere. Ma fino a quando?

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