Bisogna fermare l’esplicito progetto eversivo dei grillini: il totalitarismo internettiano

Un portaborse, non molto tempo fa, segnalò a Luigi Di Maio un certo Pietro Nenni. Scovata su Wikipedia una sua frase, «L’immobilismo giova alla conservazione», il ministro degli Esteri, eccitato, la usò ignorando che Nenni era la figura più lontana dal grillismo: un alfiere della democrazia come partecipazione delle masse alla costruzione della Storia, oltre che un uomo avvolto nella leggenda per coraggio e coerenza. Laddove il grillismo, anche nella versione dal volto smunto del dimaismo, è l’annichilimento progressivo della democrazia, lo svilimento della partecipazione, l’opacità del comando a-democratico.

I giochi di prestigio di un Beppe Grillo possono incantare le ultime file di qualche teatrino di provincia, ma la politica intesa come governo dei problemi grazie al consenso non passivo del popolo è un’altra cosa. Alla democrazia, al Parlamento, dunque alla politica democratica, ci si crede o non ci si crede. O sei politica o sei antipolitica. Il Movimento Cinque stelle, per quanto ondivago, resta una faccia dell’antipolitica, quella che demolisce l’edificio con la scusa di fare qualche riparazione: e il riferimento al taglio del numero dei parlamentari non è affatto casuale. Abbasso il Parlamento!, e tanto basti.

Ma come siamo giunti qui?

Da Piero Calamandrei a Riccardo Fraccaro, da Nilde Iotti a Paola Taverna, da Aldo Moro a Vito Crimi il giro lento della discussione istituzionale è stato implacabile come il sole che prima di sera si tuffa nel mare, come se a 74 anni dalla Costituente dalla lampada fosse uscito invece di un Aladino un Pulcinella, mentre il fiume delle panzane e della demagogia va seppellendo di fanghiglia un grande passato.

Alle origini del totalitarismo internettiano di Casaleggio padre e di Beppe Grillo c’è il postulato in versione versetto confuciano di quest’ultimo («Il M5s vuole realizzare la democrazia diretta, la disintermediazione tra Stato e cittadini, l’eliminazione dei partiti, i referendum propositivi senza quorum: i cittadini al potere») e tutto l’armamentario ideologico di Gianroberto Casaleggio ispirato a una post-democrazia che coincide con un sistema dispotico fondato sul controllo delle centrali della formazione delle coscienze: un moderno aggiornamento delle conosciutissime teorie reazionarie del Novecento.

La mistica che inneggia al povero Jean-Jacques Rousseau galleggia sulla lettura reazionaria del ginevrino: «Egli pensava, certo implausibilmente, a una specie di democrazia diretta, realizzata attraverso il deus ex machina di una inspiegabile unanimità, in una interrotta e sempre concorde assemblea deliberante, in nome di una metafisica volontà generale», scrive Aldo Schiavone nel suo recente “Eguaglianza” (Einaudi, pag. 124). Una teoria controversa che ha poco o nulla da spartire con la complessità contemporanea della democrazia.

Poi vennero gli attuatori, per così dire, del progetto fintamente popolare, dunque populista, della Casaleggio Associati, che sono poi le signore e i signori da due anni al governo prima con i “neri” poi con i “rossi”, a dimostrazione di un’ambiguità genetica di un finto Movimento che è invece un’azienda-partito. Nelle mani di questi signori c’è la Costituzione, proprio quella basata sul libero Parlamento che essi vogliono picconare, una volta accortisi che non si trattava di una scatoletta di tonno ma di qualcosa di più complesso.

Così, d’altronde, la vollero i padri costituenti, gente uscita dalla Resistenza o dalle canoniche in cui si rifugiava dai nazisti, dalle Università e dalle fabbriche: non dal Grande Fratello.

Nella logica grillina, il disprezzo per il Parlamento equivale al disprezzo per la forma più alta della democrazia come controllo, partecipazione, dialettica tra i partiti intesi come «democrazia che si organizza», secondo la visione di Palmiro Togliatti, come grande Assemblea di rappresentanti del popolo, secondo la suggestione figlia della Rivoluzione francese di Pietro Nenni, o come sede del primato della politica come scienza della composizione degli interessi secondo la visione cattolico-democratica di Alcide De Gasperi.

I leader delle tre grandi forze popolari scaturite dal voto per l’elezione della Costituente del 2 giugno 1946 – lo stesso giorno della vittoria della Repubblica – che dopo un anno e mezzo, e nel dramma di una clamorosa rottura politica tra Dc e sinistre – portò al quel miracoloso compromesso politico, innalzato alle vette della migliore espressione giuridica, che è la nostra Costituzione.

Al centro di questo compromesso (che forse sarebbe meglio chiamare alta mediazione), e dunque al centro della Carta, vi sono come due enormi colonne di marmo: la centralità dei diritti, sociali e non solo, e la centralità appunto della volontà popolare espressa nella libertà.

La spiegazione più efficace del “miracolo della Costituente” forse è quella dello storico Francesco Barbagallo (Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi): «Su questo terreno dei principi fondamentali si determinava una sostanziale convergenza tra i politici più autorevoli dei partiti di massa: da Dossetti a Togliatti, da Basso a Tupini, da Terracini a Piccioni».

Dunque è fin troppo facile vedere in Di Maio, Fraccaro, Taverna, per tacere di Di Battista, i più grandi, irriducibili nemici dei padri costituenti, di gente come i citati Basso o Dossetti, Costantino Mortati o Piero Calamandrei, e Giorgio La Pira, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Nilde Iotti, Luigi Einaudi, Sandro Pertini, Riccardo Lombardi e decine di giuristi, accademici e anche qualche operaio che veniva a Montecitorio dritto dalla Resistenza. Così che vedere oggi Paola Taverna presiedere una seduta del Senato o aver visto Riccardo Fraccaro ministro per i rapporti col Parlamento non può non suscitare scandalo: una bruttura, quasi una violenza.

La violenza tattile di un clic o di una volatile fake news invece della fatica della politica come «formula di convivenza», come un giovane Aldo Moro disse nel mirabile discorso alla Costituente del 13 marzo 1947 e che raccomanderemmo ai novelli costituenti seguaci di Vito Crimi. E anche Aldo Bozzi, gran signore liberale, o Ciriaco De Mita e Nilde Iotti che guidarono Bicamerali, sempre senza successo, quanto a cultura giuridica li volete mettere con Di Maio o la Taverna? Va compianta anche l’ultima a suo modo strepitosa Bicamerale, quella di Massimo D’Alema, un errore politico ma anche una pagina preziosa di discussione parlamentare sulle istituzioni.

In tutti questi casi si cercavano idee nuove, nel frenetico addensarsi di enormi problemi del nostro Stato, una ricerca senza la scorciatoia facile di un tweet o tantomeno di un vaffa, mezzo secolo di pensieri e parole finiti nel baule di quella storia nobile della Politica con la P maiuscola che adesso si tenta di annientare nelle spire di fumo di qualche arruffapopoli senza cultura e senza storia. Da qualche parte, Umberto Terracini starà lacrimando.

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