Cambiare poco o niente per illuderci che tutto cambi: il trasformismo prospettico di Giuseppe Conte

Se l’abolizione dei decreti sicurezza festeggiata dal Partito democratico fosse stata accompagnata – richiesta retrò, me ne rendo conto – anche dal testo del decreto legge in teoria approvato in Consiglio dei ministri e non solo da un comunicato trionfale sul sito di Palazzo Chigi, allora potremmo sgombrare il campo dagli equivoci e dal sospetto che la montagna delle promesse abbia partorito il topolino, che era stato anticipato dal Viminale agli organi di stampa solo una settimana fa e che non aboliva un bel niente, ma metteva mano ai decreti Salvini correggendo, dove possibile e occultando dove necessario, le sue norme più impresentabili e politicamente necessitate in un Paese convertito – anche grazie alla fanfara del M5S – alla caccia allo straniero e alla guerra ai “taxi del mare”.

Tuttavia il testo del decreto – ahinoi – non c’era e non c’è e quando ci sarà vedremo se darà ragione agli entusiasti o agli scettici del grande cambiamento. Ma il metodo – perché c’è del metodo in questa ammuina – di annunciare cambiamenti sempre sul punto di materializzarsi e sempre relegati nella più fumosa immaterialità mediatica non riguarda solo il tema dell’immigrazione e dell’asilo, ma attraversa tutti i nodi sensibili dell’agenda di governo, in cui il Conte II avrebbe dovuto dimostrare la discontinuità con il Conte I.

Anzi, se sull’immigrazione e l’asilo al dunque qualcosa si farà – vedremo quanto e come – su tutto il resto non si è fatto nulla, ma da settimane gli organi di informazione continuano a parlare di svolte epocali e l’opposizione sovranista a gridare allo scandalo e al tradimento.

Su Quota 100 la notizia che ha fatto parlare di svolta è che la misura sarà confermata fino alla scadenza del dicembre 2021 e che si sta già iniziando a negoziare per il 2022 forme diverse di anticipo pensionistico. Quindi la notizia, in teoria, sarebbe nel senso della continuità e non della discontinuità. Eppure Nicola Zingaretti è contento, Matteo Renzi entusiasta e Matteo Salvini tarantolato.

Sul reddito di cittadinanza, la stretta annunciata riguarda i beneficiari con una marcata riluttanza ad accettare lavori che in realtà nessuno offre loro. Non c’è nulla sulla necessità di ricongegnare, come spiega da tempo Boeri, uno strumento che favorisce i finti poveri e sacrifica quelli veri e neppure sull’esigenza di istituire veri servizi per l’impiego, diversi dai mitologici navigator inventati dal professore del Mississipi messo a capo dell’Anpal da Luigi Di Maio quando aveva abolito la povertà.

Sul Meccanismo europeo di stabilità, il tira e molla tra PD e M5S continua quotidiano a beneficio dei rispettivi pubblici e a parte il fatto, ormai certo, che la legge di bilancio arriverà in parlamento senza Mes, quindi con miliardi di interessi sul debito in più per i prossimi anni, lo spettacolino è presumibilmente destinato a concludersi con una soluzione a metà, per cui si prenderà un po’ di Mes, ma non tutto, troppo tardi e troppo di malavoglia per costruirci sopra quello che esattamente oggi manca, le condizioni di agibilità sociale in costanza di una pandemia che i soldi del Mes avrebbero forse consentito di affrontare meglio.

Ad esempio promettendo a chi scarica Immuni di avere la garanzia che l’autodenuncia di un contatto a rischio garantisce un tampone in poche ore o in pochi giorni, e non condanna nessuno a settimane di detenzione domiciliare. Alla fine il vero contributo storico che l’avvocato del popolo avrà dato all’Italia sarà nel senso dell’evoluzione dell’ideologia trasformistica. Dal cambiare tutto perché nulla cambi, a cambiare poco o niente, per dare l’impressione che stia cambiando tutto.

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