C’è un grillino che ragiona e quindi voterà No al referendum sul taglio dei parlamentari

Si andrà alle urne il 20 e il 21 settembre. Non solo per le regionali, ma anche per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Un referendum per il quale si sarebbe dovuto votare lo scorso 29 marzo, poi la crisi sanitaria dovuta al nuovo coronavirus ha costretto a un cambio di programma.

È il quarto referendum costituzionale nella storia dell’Italia repubblicana – dopo quelli del 2001, 2006 e 2016 – ed è una consultazione confermativa (quindi non ci sarà quorum) per la riduzione dei parlamentari: si vota per ridurre i membri della Camera dei deputati da 630 a 400 deputati, e i senatori da 315 a 200.

La riforma è stata portata avanti e sostenuta con forza dal Movimento cinque stelle, e in particolare dal Sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei ministri Riccardo Fraccaro, primo promotore della riforma.

Un sondaggio Ipsos di fine luglio vede il fronte del Sì in netto vantaggio, con il 46 per cento delle preferenze, contro il 10 per cento del No (c’è un 44 per cento tra indecisi e non intenzionati a votare). Ma tra gli oppositori della riforma c’è il deputato Andrea Colletti, l’unico No dichiarato del Movimento cinque stelle.

Onorevole Colletti, lei è per il No al referendum. Perché?
Sono per il No per motivazioni prevalentemente giuridiche. Non sono contrario a un taglio dei parlamentari di per sé. Il vero problema è che la riforma è stata pensata e strutturata male. Il taglio dei parlamentari si doveva fare in altro modo, ovvero senza andare a ledere la rappresentatività del Parlamento. È un problema di rappresentanza popolare che viene meno.

Lei come l’avrebbe strutturata questa riforma?
Sono un monocameralista convinto, quindi per un Parlamento di una sola camera, più funzionale ed efficiente. Poniamo di costituire una Camera di 330 deputati, avremmo gli stessi indici di rappresentatività rispetto oggi, tagliando però 315 poltrone. In questo modo avremmo una miglior efficienza e costi più bassi per i tagli a tutta quella burocrazia senatoriale, che invece in questo provvedimento non mutano di una virgola. E poi potrebbe esserci una miglior rappresentanza regionale.

Cioè?
Io sono abruzzese, noi siamo un milione e 300mila abitanti e nel futuro Senato dovremmo avere solo 4 senatori. Poi ad esempio il Trentino, che sono due province autonome, avrebbe un milione di abitanti e 6 senatori. C’è una sproporzione netta, senza contare che si tratta di province a statuto speciale che hanno altre garanzie, quindi con ancor più benefici. Ho fatto l’esempio dell’Abruzzo perché sono abruzzese, ma potrei citare anche la Basilicata o la Liguria o le Marche.

C’è dell’altro?
Andava riformulata anche la questione dei senatori a vita, che saranno sempre 5. Ma se oggi ci sono 315 senatori, dopo la riforma ce ne sarebbero 200. Quindi avranno un peso ancora maggiore, con una rappresentanza al Senato del 2,5%. Una rappresentanza, insisto, maggiore anche della popolazione di 1,3 milioni di abitanti che conta l’Abruzzo.

Quindi avrebbe tagliato anche sui senatori a vita…
Si poteva pensare di ridurli a 3, o 2, o toglierli proprio.

Tagliando i parlamentari aumenterebbe, secondo lei, l’efficienza del lavoro del Parlamento?
Non credo. Ragioniamo come se fossimo una fabbrica: si fanno X macchine con 315 operai, il mese dopo le stesse X macchine si fanno con 200 operai. Si può fare? Non lo so.

Vuol dire che la mole di lavoro non consente un taglio lineare dei parlamentari?
Non un taglio di questo tipo. Noi avremmo un Parlamento che non necessariamente migliorerà nella sua funzione di iniziativa legislativa, ma neanche dal punto di vista della capacità di controllo su quel che fa l’esecutivo: avremo un Parlamento che probabilmente leggerà peggio i decreti o che semplicemente proporrà emendamenti che saranno portati da enti e lobby esterne. Se si vuol tagliare per una maggior efficienza si deve ragionare sul fatto che abbiamo due camere con le stesse funzioni. Ne possiamo togliere una applicando dei bilanciamenti costituzionali. E un’unica camera è più efficiente di due che si dividono il lavoro, se lo dividono male.

Però almeno si risparmia.
Sì, certo. Però allora potremmo fare un Parlamento ancora più piccolo e si risparmierebbe ancora di più. Con questa riforma ogni anno si risparmia un euro per cittadino, il costo di un caffè praticamente. Ma qual è il costo di questo risparmio? Che avremo territori poco rappresentati e altri troppo rappresentati. Magari si poteva risparmiare diminuendo della metà gli stipendi dei parlamentari. O eliminando il Cnel (che però costa poco meno di 9 milioni l’anno, ndr).

Il taglio del Cnel era anche nella riforma del 2016.
È un organo costituzionale che si sta provando a eliminare da moltissimo tempo, proprio perché inutile: ci vanno politici cacciati, ex ministri, ex sindacalisti. Non si poteva abolire il Cnel?

Avrebbe aggiunto altri correttivi alla riforma?
No, l’avrei semplicemente bocciata a priori.

È l’unico all’interno del Movimento cinque stelle a pensarla così?
L’unico che l’ha detto pubblicamente, sì. Ma io sono solito avere posizioni eccentriche rispetto al partito. Poi ci sono altre persone che so che la pensano come me ma non escono allo scoperto, e chissà, magari voteranno No quando saranno al seggio elettorale.

Cosa le hanno detto dall’interno del partito?
Nulla.

I parlamentari contrari alla riforma sono attaccati alle poltrone?
In realtà sono poche le voci contrarie, al momento, quindi è un problema che non mi pongo. Io ne faccio una battaglia perché credo nella Costituzione e nella sua rappresentanza parlamentare. Per di più nel mio caso non ha senso parlare di attaccamento poltrona perché io sono al secondo mandato e dopo questa legislatura non sarò più eletto in Parlamento.

Dovesse crescere il fronte del No si andrebbe verso una spaccatura all’interno della maggioranza di governo?
Non penso. È un referendum talmente poco sentito a livello popolare, perché non ne parla nessuno e pochissimi ne sono a conoscenza, e difficilmente potrebbe avere un peso politico rilevante.

Pensa che poca gente voterà per questo referendum?
Più che la percentuale di aventi diritto che andranno al voto penso che ci sarà poca consapevolezza. Sono due cose differenti. Il vero problema è che non se ne parla sugli organi di informazione, nelle tribune politiche e in altri luoghi. Questo vuol dire dare pochi strumenti al cittadino che deve votare.

È pericoloso votare senza consapevolezza, in generale.
È un problema di cultura politica dell’Italia e dell’italiano medio, purtroppo.

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