Chi era Rossana Rossanda e cosa ha rappresentato per il giornalismo e la sinistra italiana

La vita di Rossana Rossanda è stata dura, lunga e bellissima. In fondo è stata una delle poche persone che l’ha pensata più o meno sempre allo stesso modo, il che conferisce all’esistenza un certo gusto di vivere, le idee chiare e la schiena dritta sono cose che non si comprano. Non che una come lei non fosse stata per tutta vita assillata dalle domande, dai dubbi. Ma anche quando non vi era risposta a quei dubbi, a quelle domande, era però sempre nitido di cosa si trattasse: di un dubbio, appunto, da guardare in faccia, da analizzare, su cui discutere.

Rossanda aveva una grande cultura, maturata con il grande filosofo suo maestro Antonio Banfi, una cultura fin dagli anni giovanili sprovincializzata (che era invece il grande problema dei comunisti italiani): l’amore per la Francia, soprattutto, l’aiutava. Sappiamo tutto di lei perché è stata lei stessa a raccontarcelo il quel gioiello autobiografico, e quindi libro “politico” a tutto tondo, che è stato molto amato anche da chi nulla c’entra con quella storia, La ragazza del secolo scorso (Einaudi), libro insieme duro e dolcissimo che un po’ ricorda certi romanzi della sua amica Simone De Beauvoir, tanto frequentata con Sartre.

Un’autobiografia, La ragazza del secolo scorso, che uscì sempre per Einaudi insieme a un altro libro autobiografico, questa volta di Pietro Ingrao, Volevo la luna. Un accostamento temporale chissà se casuale, forse no. Perché Rossanda e Ingrao sono stati a lungo sodali, nel loro dissenso, in un partito che il dissenso non tollerava, il Pci, e che infatti nel 1969 radiò gli “ingraiani” Rossanda, Magri, Natoli, Pintor e altri con il voto favorevole anche di Ingrao: un “tradimento” che segnò una ferita poi negli anni rimarginatasi ma mai del tutto.

Il comunismo reale – l’Unione sovietica – era da condannare, il capitalismo era da condannare, la socialdemocrazia era da condannare. Ma allora? Allora c’era la ricerca di qualcos’altro, di un lembo di terra che salvasse il nuovo proletariato dalla marea montante di fascismi, imperialismi, guerre, una ricerca affannosa ma non tragica, e tuttavia malgrado i tanti spunti di pensiero sostanzialmente fallita. Si era andati avanti di speranza in speranza, il Sessantotto, Praga, le donne, il divorzio, il Settantasette, fino ai no global, tutto un fiume carsico che rifluiva puntualmente, mentre gli anni passavano e con essi le forze. Perché l’eresia è difficile da portare avanti. E ti accorgi di essere sempre più minoranza, fino alla solitudine.

Già, era un eretica, Rossanda, e probabilmente lo sarebbe stata in qualsiasi partito in qualunque epoca. Troppo spirito libero, troppo donna “contro”. Diede vita, con gli altri suoi compagni, al Manifesto, che non divenne mai un soggetto politico forte ma partorì una delle più incredibili esperienze editoriali italiane: dal Manifesto, diventato “quotidiano comunista”, sono usciti decine e decine di giornaliste e giornalisti di grande spessore ed ancor oggi, 30 anni dopo la morte del comunismo, è ancora è lì in edicola con i suoi titoli sgargianti e gli articoli pensosi.

Era una pessimista. Il capitalismo, persino banale ricordarlo, aveva vinto e i comunismi, al plurale, avevano perso ovunque. E fin qui poteva anche andare. Il dramma è che di strade nuove la sua sinistra comunista non le aveva trovate: e così a una intellettuale combattente come Rossana Rossanda rimanevano i ricordi, cioè i rimpianti. Vissuti sempre con orgoglio e  anche l’umiltà degli sconfitti a testa alta.

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