Da decenni parliamo di un nuovo modello di sviluppo senza capire cosa sia

Gli Stati generali sono iniziati. E così nello splendore di Villa Doria Pamphilj aspettiamoci una passerella di buoni propositi contro le diseguaglianze, per la sostenibilità ambientale, per non lasciare indietro nessuno, dalla parte degli ultimi e contro la burocrazia che paralizza il paese. 

Una passerella di buoni propositi sotto forma di Valori non negoziabili ma così onnicomprensivi, ambivalenti se non ambigui, da non sostenere nessuna delle scelte concrete che il governo dovrà fare per rimettere in moto l’Italia.

Assisteremo a svariati appelli a un nuovo “modello di sviluppo” che potrà evocare molto ma significare assai poco. Da almeno 50 dei miei 70 e rotti anni sento parlare di nuovo modello di sviluppo ma non s’è mai capito cosa potesse essere. O meglio è sempre significato troppo, un troppo indefinito e irrealizzabile che ha prodotto soprattutto il rinvio delle scelte importanti. Quelle che cambiano l’oggi, non il domani. 

Max Weber spiegò più di cento anni fa che il possibile non si realizzerebbe se qualcuno non tentasse sempre l’impossibile. Si capisce quindi che è buona cosa che qualcuno voglia fare qualcosa che non è mai accaduto prima ma proprio per perseguire ragionevoli speranze (e non le disastrose smisurate speranze del Novecento) ci si dovrebbe chiedere come mai il presente, ciò che accade davvero, non è mai stato previsto da nessuno. È sempre diverso e imprevedibile.

Qualcuno pensa che, se gli umani volessero, potrebbero inventare a tavolino e mettere in atto un altro modello di sviluppo? Qualcuno pensa che i diversi modelli di sviluppo che si sono succeduti nei secoli sono il frutto di una “volontà”, della intenzione consapevole di decostruire il presente e affermare un nuovo modello di sviluppo? 

Il capitalismo industriale (quell’intreccio di libertà economiche e diritti individuali che abbiamo convenuto di chiamare in questo modo) quel complicato processo cominciato alcune centinaia di anni fa, da molta casualità e altrettanta contingenza storica, quello che appunto casualmente e congiunturalmente si è sviluppato solo in Europa per ragioni sulle quali ancora si discute, sarebbe frutto di una Volontà, di una intenzionalità consapevole? Qualcuno lo avrebbe progettato e realizzato probabilmente per il suo “individualismo egoista” e fregandosene della sofferenza umana? Non credo sia così.

I “modelli economici” non sono il risultato del progetto di qualcuno, sono frutto di complessi meccanismi storici dominati da caso e contingenza. Frutto di lotte, tentativi, errori, conflitti.

La storia umana rimane quel banco di macelleria di cui parlò un grande filosofo duecento anni fa.

Quindi invece di continuare a fantasticare sulle ricette delle trattorie dell’avvenire (i nuovi modelli di sviluppo) bisognerebbe individuare obiettivi realizzabili di riforma del nostro sistema economico. Rammendi piuttosto che nuovi tessuti. 

E (una volta assicurata una sopravvivenza dignitosa a tutti) punterei in primo luogo sulla garanzia di pari opportunità per la propria realizzazione individuale. Sullo stimolo a trovare un “buon lavoro”, su una competizione leale e non distruttiva basata sull’impegno e il merito. 

Bisogna individuare poche cose concrete da realizzare per superare le “chiusure” corporative assai diffuse a tutti i livelli della nostra società e che ne hanno ridotto la dinamica, la voglia di intraprendere, il gusto di cercare la realizzazione di sé nel lavoro, ma si, anche nel successo economico e nella propria “carriera”.

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