Di Maio e Salvini nella duna degli arrivati di Sabaudia non cercano più i riflettori

E dunque, ci siamo: anche il populismo approda là dove finisce ogni rivoluzione. Sabaudia, Torre Paola, stabilimento Saporetti, che per qualche nostalgico è la spiaggia di Moravia, Pasolini e Schifano ma per chi conosce Roma è la duna degli arrivati, di chi ha scollinato dopo una dura arrampicata e ha solo voglia di stendersi al sole: brezza, spritz sotto l’ombrellone, vu cumprà che mandano messaggini alle signore per avvisare dei nuovi arrivi, come fossero boutique del centro.

C’era Matteo Salvini, due settimane fa, coi figli. E la settimana scorsa c’era Luigi Di Maio con la fidanzata Virginia Saba. I politologi dovrebbero tenere la cosa in gran conto. Scegliere Sabaudia anziché Rimini, Amalfi, Capalbio; scegliere Sabaudia invece di Fregene, Santa Severa, Capocotta; scegliere Sabaudia, ecco, significa qualcosa. «Ce l’ho fatta», dice l’uomo che porta i suoi cari a Torre Paola.

È un uomo che non ha più voglia di avventure, di vaffa-day, di cubiste col sedere all’aria. È un uomo in cerca di spaghetti alle vongole e tramonti. È un uomo stufo di selfie, che qui non chiedono più nemmeno a Totti. È un uomo che si domanda: ma chi me lo fa fare di tornare a Roma?

Per capire lo spleen del populismo che fu, un anno dopo il Papeete, un anno dopo il raduno Cinquestelle all’Arena Flegrea con Beppe Grillo vestito da Joker, gli analisti vadano a Sabaudia, quintessenziale epicentro non della Roma-bene, come pensano al Nord, ma della Roma che sa come si sta al mondo (possibilmente a panza all’aria) e lascia agli altri le fatiche esibizionistiche della vacanza-show, quella da postare su Istagram e su Facebook.

È abbastanza ovvio che Di Maio e Salvini siano approdati sulla fatidica duna praticamente insieme. Le loro biografie politiche sono, da sempre, storia parallela. Tutti e due decollano nel 2013, uno come parlamentare e giovanissimo vicepresidente della Camera, l’altro come segretario di una Lega in agonia.

Tutti e due fanno il colpo grosso al giro successivo, nel 2018: ministri e generalissimi dei destini italiani. Tutti e due si sgonfiano dopo il folle agosto di crisi 2019, e ora eccoli: tutti e due a Sabaudia, dove il populismo di lotta e di governo finisce e comincia un’altra storia.

Entrambi sono davanti al bivio di ogni adolescenza scapestrata, di ogni capopopolo approdato al potere, entrambi vedono il movimentismo che li ha trascinati in vetta assottigliarsi, perdere consistenza. Hanno nemici interni sempre più forti, alleati che si sono fatti furbi, strategie che si sono consumate senza dare frutto.

Di Maio, che poco più di un anno fa festeggiava al balcone l’abolizione della povertà, rischia di diventare figura periferica del Movimento, oscurato dal ritorno in campo di Beppe Grillo e dalle smanie del suo eterno nemico Alessandro Di Battista. Salvini subisce la concorrenza a destra di Giorgia Meloni, teme il fallimento del tentativo di nazionalizzare la Lega, è incerto sul ruolo da assumere se e quando il Conte 2 precipitasse.

E allora, è il momento di Sabaudia. Le cronache locali sul weekend dei due leader raccontano una presenza discreta, defilata, quasi timida, e si capisce. Entrare nel disincanto della Roma che dice «godiamoci il sole e tiriamo a campare» non è facile. C’è molto da imparare. Serve il costume giusto, la borsa giusta (Virginia, stai attenta) e bisognerà scordarsi la moto d’acqua, che fu il must dell’agosto salviniano un anno fa. Qui al massimo windsurf, che non fa rumore e va dove porta il vento: senza la pretesa di sfidarlo.

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