Dibba e Fornero dimostrano che in Italia la rivoluzione si può fare tutti i giorni, ma solo nei palinsesti

A poche pagine di distanza, su quello che qualche nostalgico inguaribile ancora chiama il grande giornale della borghesia italiana, come se in Italia esistessero ancora la borghesia, i grandi giornali, i dimafonisti e i telefoni a gettone – insomma: sul Corriere della sera – due storie apparentemente minori ieri si illuminavano reciprocamente: Alessandro Di Battista, massimo rappresentante dell’ala dura del populismo grillino, sorpreso mentre serve ai tavoli nel bar interno di un albergo di Ortona, ed Elsa Fornero, il volto più celebre dell’ultimo governo dei tecnici, impegnata come giurata in un quiz televisivo condotto da Costantino della Gherardesca.

Il primo «fa un certo effetto ritrovarselo all’ora di pranzo che ti arriva al tavolo e dice: «Oggi abbiamo una fritturina di pesce da svenimento». E obiettivamente fa un certo effetto pure al lettore, che fino a qualche settimana fa, su quelle stesse pagine, ne leggeva le dichiarazioni sulla necessità di celebrare al più presto un congresso del Movimento 5 stelle, e i retroscena che ne analizzavano le possibili ricadute sul governo.

Ma obiettivamente fa un certo effetto anche la seconda, l’ex ministra, almeno a leggere il resoconto del Corriere, mentre «interviene nella sfida tra la squadra “Neomelodiche” e il team “Rockettari” e fa la sua domanda: “Ho depositato duemila euro in un conto corrente bancario che mi dà un rendimento annuo del 3 per cento. Senza prelievi, quanto avrò alla fine dell’anno?”».

Lei ricorda ancora con piacere, parlando con il giornale, la telefonata di Mario Monti che dieci anni fa le chiedeva di fare il ministro del Lavoro, ruolo in cui avrebbe portato a termine in tempi record le riforme più dure e difficili, divenendo l’emblema (e per molti anche il capro espiatorio) dei tecnocrati senza cuore.

Lui «serve ai tavoli e parla da leader», e ai militanti grillini venuti in pellegrinaggio «spiega un mucchio di cose in ordine sparso: l’accordo raggiunto sul Recovery Fund rafforza Conte, ma dell’Unione ci si potrà fidare solo quando abolirà il patto di Stabilità; un po’ di soldi andrebbero spesi per risolvere il dramma del dissesto idrogeologico; con Di Maio il rapporto è buono…».

Elenco che bisogna immaginarsi sciorinato, come testimoniano le fotografie, con il piglio di sempre e un’inedita bandana tra i capelli, che più che al Silvio Berlusconi di una volta fa pensare a Oscar Pettinari – l’immortale personaggio di Carlo Verdone in “Troppo forte” – appena tornato dalla palude del Caimano.

C’è qualcosa di profondamente contemporaneo eppure anche di antico, anzi di eterno, nelle inquiete peregrinazioni di Alessandro Di Battista, già animatore di villaggio turistico con il nome d’arte di “Cuore di panna”, quindi implacabile alfiere della linea intransigente del Movimento 5 stelle in Parlamento, e domani chissà.

C’è un inesauribile romanzo di formazione che pure si ostina a non scrivere, questo singolare ma anche italianissimo aspirante giornalista, documentarista, nonché responsabile di collane editoriali (a proposito, che fine ha fatto il famoso libro su Bibbiano che era stato promesso, per non parlare del resto della collana?).

Ma forse tutto ciò non è altro che la pura e semplice realizzazione del programma originario di Gianroberto Casaleggio: la politica come occupazione a tempo determinato, il parlamentare come lavoro stagionale, da svolgere preferibilmente nei mesi freddi, quando non si può fare il bagnino.

Da un certo punto di vista, si potrebbe dire che Di Battista e Fornero rappresentino i poli opposti della politica italiana, ma in Italia tutte le opposizioni si compenetrano molto più di quanto si oppongano.

Populisti contro tecnocrati, neomelodici contro rockettari, fritturine contro canederli: la verità è che il pluralismo politico-culturale del nostro paese è rappresentato da una qualsiasi puntata di Ciao Darwin meglio che da mille sondaggi e analisi sociologiche, e la prossima commissione bicamerale sulle riforme, forse la sola suscettibile di qualche esito positivo, andrebbe fatta presiedere a Paolo Bonolis. L’unico con le competenze – pardon, le skill – necessarie.

Se dovessimo fare un’analisi strutturalista della politica italiana, a somiglianza di quella di Vladimir Propp sulla morfologia della fiaba, dovremmo partire da qui. Perché la questione è morfologica, non moralistica. Se anzi un problema ha il nostro paese è proprio che l’ascensore sociale è rotto, che troppo pochi italiani cominciano vendendo bibite allo stadio e finiscono in parlamento, e a troppo pochi ministri e parlamentari capita di conoscere personalmente chi lo fa tuttora.

Ma la storia di Cuore di panna ed Elsa l’Austera ci mostra anche, in un certo senso, il rovescio della medaglia, e cioè che tutta questa distanza, dal punto di vista delle aspirazioni e degli stili di vita, dunque psicologica, culturale ed estetica, non c’è affatto. Che differenza c’è tra l’ex ministra che spiega la finanza ai concorrenti di un programma televisivo e l’ex parlamentare che spiega la politica agli avventori dell’Hotel Katia di Ortona?

Nessuna, perché tutto fa spettacolo. Perché ormai tra tv e politica non c’è nessuna distinzione, ma soprattutto nessuna separazione delle carriere. Una conseguenza non secondaria di tali incertezze è che non è facile capire quale sia la nostra Ena, la fucina in cui si costruisce oggi la classe dirigente di domani, come furono a suo tempo i grandi partiti, l’Iri, la Banca d’Italia, la stessa Chiesa cattolica.

Se dobbiamo discutere seriamente di quale direzione dare allo sviluppo del paese, dovremo pur sapere se è il Grande fratello a formare i vertici delle istituzioni, o viceversa.

Sempre ammesso e non concesso che sia possibile tracciare una distinzione così netta tra l’uno e gli altri, ad esempio nel caso, direi pionieristico, di Irene Pivetti, che nel ruolo di terza carica dello Stato, a metà degli anni novanta, interpretava la parte della tradizionalista cattolica, al punto da far sostituire tutti i quadri raffiguranti nudi dagli uffici della Camera, per poi riciclarsi come conduttrice televisiva in versione dark lady – per essere precisi vestita da Catwoman, con tanto di frusta – e concludere la sua seconda carriera con il naturale approdo all’isola dei famosi (volendo tralasciare gli esiti più recenti, anche giudiziariamente problematici, della sua terza incarnazione da imprenditrice).

Per non parlare del caso ancora più significativo della Gabbia di Gianluigi Paragone, la Frattocchie catodica della classe dirigente grillo-leghista.

Stando così le cose, la vera domanda che dovremmo porci è se oggi si partecipi a un reality sperando di finire in Parlamento o si partecipi al Governo sperando di finire in un reality: qual è l’obiettivo finale e quale la necessaria tappa di passaggio? Qual è, in definitiva, la direzione di marcia del cursus honorum? A cosa puntano i giovani d’oggi, cosa sognano nelle loro notti prima degli esami, dopo essere andati a sputare sul citofono di Ernesto Galli della Loggia?

Non si tratta di domande retoriche. Osservando i recenti processi di formazione dei gruppi dirigenti, non è affatto facile dire cosa faccia più curriculum: poter citare la propria partecipazione al Grande fratello nel colloquio per un posto da portavoce del presidente del Consiglio (non fate quella faccia, Giuseppe Conte ha spiegato di aver fatto numerosi e approfonditi colloqui prima di scegliere) o poter vantare la propria partecipazione al governo durante un casting per l’isola dei famosi? Nell’Italia di oggi, cosa si fa al culmine della carriera: l’onorevole tra i famosi o il famoso tra gli onorevoli?

L’intercambiabilità dei personaggi si rispecchia, per ovvie ragioni, nella perfetta fungibilità delle formule politiche. E l’auto-intercambiabile – ma proprio per questo insostituibile – Avvocato del popolo, l’eroe dei due Governi, ne è solo la più clamorosa conferma. E certo non l’unica.

Da anni, almeno una volta a settimana c’è un’intervista a un ministro o a un segretario di partito che ci spiega come dobbiamo immaginare un nuovo modello di sviluppo, che probabilmente era una formula vuota anche quando la usava Pietro Ingrao all’undicesimo congresso del Partito comunista, ma in quel caso c’erano almeno, come dire, una logica e un contesto, e soprattutto un barlume di coerenza logica tra testo e contesto.

Nel pieno del dibattito sull’atteggiamento da tenere rispetto al governo di centrosinistra, nell’Italia del 1966, tutti capiscono bene o male il senso della distinzione tra chi da quelle tribune spingeva per un confronto serrato sul merito delle politiche e chi a quegli argomenti contrapponeva la necessità che il Partito comunista presentasse piuttosto i contorni di una radicale alternativa di sistema. Cioè, appunto, di un «nuovo modello di sviluppo».

Non c’è bisogno di spiegare perché oggi quell’espressione non debba preoccupare più nessuno. Ormai completamente desemantizzata, come tutte le frasi fatte, può capitare di ascoltarla indifferentemente a un raduno degli ultimi reduci del marxismo-leninismo come a un convegno di Confindustria.

Tutti vogliono la rivoluzione, tutti ne hanno abbastanza dell’establishment e delle élite, tutti vogliono cambiare da cima a fondo questo paese, questa Europa, questo pianeta. Grazie ai finanziamenti europei, Conte dice che «ora possiamo cambiare volto all’Italia», e forse solo a me viene in mente una plastica facciale, ma questo conta poco.

Più significativo è che sia esattamente quello che diceva quando stava al governo con Matteo Salvini e tutta l’allegra brigata no-euro, di cui peraltro, fino a non molto tempo fa, erano gran parte gli stessi cinquestelle. Senza dimenticare che molti di loro lo sono ancora, come mostra l’incredibile manfrina sul Mes, e come potrà testimoniare presto l’inflessibile Dibba, non appena avrà terminato il suo nuovo documentario sull’Iran (dice il Corriere che si intitolerà «Sentieri persiani»). Perché in Italia la politica è solo la continuazione della tv con gli stessi mezzi.

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