Ecco perché Salvini scommette ancora una volta sulla strategia del tanto peggio tanto meglio

Il protagonista della serie tv “The Politician”, in corsa per un seggio a New York, scopre che la bizzarra ideologia dei rifiuti zero muove voti assai più del suo perfetto piano per migliorare i trasporti cittadini. La causa è ispirata da una matta che, in un anno, è riuscita a evitare di produrre ogni tipo di residuo riciclando persino l’acqua della doccia e usando vermi per trasformare in compost le bucce di patata.

Il candidato si associa alla matta, cambia programma, umilia il candidato uscente, vince. Satira, distopia? Niente affatto. L’irrazionale è la cifra dei nostri tempi e non c’è quindi da sorprendersi se Matteo Salvini – uno specialista in materia – da quarantott’ore strapazza l’intesa sul Recovery fund oltre ogni apparente logica e con buoni risultati.

Il suo intervento di ieri in Senato è stato seguito, solo su Facebook, da quattrocentomila persone. In un mercoledì di fine luglio è oggettivamente un successo: chi immaginava il Capitano annichilito dalla vittoria continentale di Giuseppe Conte dovrà ricredersi.

Il nostro “Politician” se ne frega delle cifre a otto zeri che adornano il palmarès governativo dopo la maratona di Bruxelles. Lui scommette su altro. E specialmente sul fatto che in autunno non una lira di quei soldi avrà raggiunto le tasche dei suoi elettori (e neanche quelle degli elettori altrui). Quello sarà il momento del “ve lo avevo detto”, quanto mai propizio perché arriverà in coincidenza con la tornata regionale e amministrativa di settembre.

A quel punto il radicalismo leghista diventerà musica per le orecchie di molti. Anno bianco fiscale. Flat tax sotto i 70mila euro di reddito. Assunzioni di massa nella scuola e nella sanità. Chi potrà resistere alla tentazione di dire «ma sì, proviamoci»?

Usando l’ordinaria grammatica politica si potrebbe obiettare che Salvini, rilanciando il suo anti-europeismo proprio mentre l’Unione tende una mano all’Italia, compie un grave atto di autolesionismo. Di certo il Deep State europeo si farà ammazzare piuttosto che consegnare il tesoro del Next Generation Eu a un’Italia governata dalla Lega: la gestione solidale del post-covid è stata progettata e decisa anche (forse soprattutto) per cancellare l’idea di un’Europa cieca, burocratica, matrigna e marginalizzare i movimenti sovranisti.

Salvini, si potrebbe dire, stavolta rischia davvero di fare la fine di Marine Le Pen – sempre prima nelle urne, mai al governo – consegnando il suo partito al ghetto dell’opposizione di sistema.

Salvini, si potrebbe aggiungere, alimenta la dissoluzione del centrodestra perché Forza Italia non può seguirlo sulla strada del “no” agli aiuti e anche Giorgia Meloni si è scansata dal massimalismo anti-Unione, facendosi più morbida, più aperta a soluzioni patriottiche e persino – nei giorni della trattativa – apertamente sostenitrice dell’azione di Giuseppe Conte.

Salvini, si potrebbe concludere, gioca di nuovo al tanto peggio tanto meglio e perde il contatto con la fascia elettorale che gli serve per raggiungere l’agognata maggioranza: i moderati, quelli che già all’epoca del Papeete hanno cominciato a chiedersi «ma davvero vogliamo affidare le nostre vite a questo qui?».

Osservazioni tutte corrette, tutte con una loro fondatezza. E tuttavia in un Paese dominato dall’irrazionalità dei comportamenti, delle convinzioni, del voto, sarà meglio non affidarsi completamente a questo tipo di assennate analisi. Il piano di rilancio europeo, lo speranzoso investimento sulla Next generation, è una costruzione senz’altro innovativa, solida, piena di potenzialità per il nostro Paese, ma la domanda da farsi non riguarda la qualità del progetto bensì la percezione degli italiani.

Dopo un decennio di diffidenza antieuropea, da tutti cavalcata per i più diversi fini, sono disponibili a modificare il giudizio? O preferiranno seguire “The Politician”, il candidato che promette di salvarli riciclando bucce di patate?

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