Finiamola con il linciaggio moralista di Tridico, cacciamolo piuttosto per incapacità

In questa Repubblica fondata sull’ipocrisia e alimentata ogni giorno dall’indignazione – mai una gioia – nel cosiddetto “caso Tridico” manca la domanda più semplice e più banale: vi sembra normale ed equo che un presidente INPS guadagni 62 mila euro lordi, o anche il doppio, come “scandalosamente” è stato deliberato con regolare procedura?

Dimenticatevi per un attimo il dottor Pasquale Tridico, e il giudizio sul suo operato. Se fa male il suo mestiere, cacciamolo via. Ma un presidente dell’INPS, con compiti strategici rilevanti in una grande potenza economica mondiale, con responsabilità impegnative, può percepire meno del direttore di una sede provinciale dello stesso Istituto? Vero che la metà dei superburocrati INPS percepisce 239mila 800 euro, per stare 200 euro sotto il barbaro tetto della legge Madia, ma questa è un’aggravante perché non va mai bene che i sottoposti, il presidente, lo guardino dall’alto in basso. Quando vanno al bar con Tridico, il caffè lo pagano loro, perché con 62 mila lordi non si può scialare…

Abbiamo un’idea di cosa sia questo enorme Ente, un tempo definito calderone ma che ha salvato tante gestioni autonome che avrebbero fatto bancarotta? 

Dalla cassa dell’INPS passa quasi il 40% dell’intera spesa pubblica nazionale. Caricata di oneri e compiti spesso del tutto impropri, mescolando previdenza con assistenza, riscuote quasi 250 miliardi di contributi, assicura un assegno mensile a 16 milioni di persone, ma al tempo stesso più del 50% del suo “fatturato” riguarda coperture assistenziali varie, non la previdenza. Si tratta di uno strumento decisivo di politica sociale e fiscale. Per gestire questo enorme polipo con tante teste, occorre francamente una capacità che pochi grandi manager privati avrebbero.

A capo di una struttura di ben 25 mila persone (una dimensione vicina all’Enel, il cui amministratore delegato percepisce compensi milionari), il presidente INPS è nominato su parere di Commissioni parlamentari e quindi è tributario della politica.

Il predecessore di Tridico, Tito Boeri, appartenente alla categoria “star” dell’economia, nominato da Renzi, poi pentito, per tentare una riconciliazione con ambienti da cui Boeri era espresso, se l’è cavata cosi così, perché è difficile nuotare nell’acquario pieno di pescecani in cui da sempre hanno dominato i sindacati, con qualche cogestione confindustriale. I Cinquetelle gli sono grati perché inventò un logaritmo che stupì i matematici, per stabilire quanto tagliare i vitalizi rimasti, anche se ora il boomerang tornerà indietro e Senato (già vi è tenuto) e Camera dovranno saldare il conto. Ma Boeri veniva pagato come Tridico, ha obiettato “Il Fatto”, cosa non vera perché l’emolumento doveva essere diviso a metà con un leghista, giusti gli accordi del famoso “patto di governo” gialloverde. Da qui il problema “arretrati”, altro tema per iperboli ipocrite.

Prima di Boeri, incoronato all’unanimità da due Commissioni parlamentari, c’era Antonio Mastropasqua, detto mister venticinque poltrone, un caso strepitoso di ubiquità. Forse anche lui aveva una busta paga ufficiale solo del doppio di Tridico, ma la sua vera remunerazione era di almeno 1,2 milioni, cifra compatibile con il ruolo, ma frutto opaco del cumulo di indennità provenienti da ben 25 incarichi. Mastropasqua, bersaglio del protopopulismo, finì agli arresti domiciliari per ragioni non INPS, tutto è poi finito nell’oblio, ma il circo dell’indignazione anche quella volta si divertì moltissimo.

Ora, il tritacarne è per Tridico. Come ha gestito (spesso male, con ritardi e bugie) le norme dei dpcm che lo chiamavano in causa non interessa a nessuno. Contano solo i 62 mila raddoppiati  ed è anatema. E pensare che il personaggio è furbetto, non si sottrae alla TV, spiega e si difende, affronta a petto nudo le Commissioni parlamentari e gli scoop di Repubblica. Fa il simpatico, e non scappa. Non come il gemello nominato dallo stesso Ministro del Lavoro Di Maio, quel Domenico Parisi che doveva trovare lavoro agli italiani in difficoltà, usando le potenti leve dei navigator da lui stesso inventati. Appena vide in giro un po’ troppa gente con 37,5 di febbre, prese un aereo per il Mississippi, da dove veniva, e sparì nei mesi di emergenza.

Parisi guadagna molto di più di Tridico, ma tranne qualche eccezione nessuno gli fa le pulci, tanto meno sulla macchina efficientissima da lui promessa e mai vista. Per ora, di collegamento tra reddito di cittadinanza e posto di lavoro non c’è traccia, a meno che sia lavoro nero, come raccontato proprie ieri da un’inchiesta del Corriere della Sera.

Sospendiamo dunque, per favore, il linciaggio di Sergio Tridico. Lui è solo il frutto di questa stagione un po’ folle del populismo in declino, che dà colpi di coda un po’ a casaccio. Mettiamo piuttosto gli occhi critici sulla sua gestione INPS e piantiamola con i piagnistei sugli stipendi degli altri, che sono sempre ingiusti rispetto al proprio.

Anche i Cinquestelle ci risparmino lo stracciamento delle vesti, anche se possiamo capire il loro dolore quando constatano che è uno dei loro che si raddoppia lo stipendio. Li comprendiamo, hanno inseguito le scie chimiche ed era solo vapore acqueo. Vedano come rimediare ai guai che hanno causato, che nel campo che riguarda il lavoro e la previdenza sono moralmente peggiori degli altri.

E il Governo, anziché cadere dalle nuvole, dire con Conte “non sapevo”, borbottare sugli arretrati da non dare, abbia per una volta il coraggio di dire che chi lavora, si prende responsabilità, dirige un pezzo importante della cosa pubblica, deve essere sacrosantamente pagato in proporzione.

Pagando la gente di vertice 62 mila euro, una cosa sola è certa: arrivano i mediocri, i furbastri e i sedicenti servitori dello Stato, che si sacrificano per la gloria. Piantiamola con l’ipocrisia stracciona, il provincialismo della busta paga, la corsa a chi è più sobrio. Saremo più liberi di cacciar via quelli che non meritano. Eventualmente anche Pasquale Tridico.

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