Giustizia, Sud, burocrazia: ecco l’immane piano di riforme necessarie per ripartire

Pubblichiamo la quarta di cinque puntate di un articolo di Giovanni Cagnoli dal numero dell’Avanti in edicola a inizio settembre. Qui la terza.

Questo programma di sviluppo economico quasi forzato dopo 20 anni di stagnazione e dopo il dramma Covid richiede un piano di riscossa nazionale su molti mali che si sono sedimentati.

La lista fa tremare i polsi ma purtroppo bisogna cominciare senza avere paura di non finire.

– la giustizia civile non può avere tempi biblici e incertezza continua. La durata dei processi e degli appelli va fortemente ridotta.

– il controllo del territorio al sud è imprescindibile a qualsiasi tentativo di sviluppo economico. Controllo del territorio vuole dire tra l’altro fedeltà fiscale, sicurezza e forte riduzione dei fenomeni malavitosi.

Trovo veramente peculiare il costo per centinaia di migliaia di certificati antimafia (ripetuti decine di volte) che rallentano l’attività economica (per esempio le garanzie statali sui prestiti Covid) e per contro la pressoché totale assenza di reale controllo del territorio al sud.

Ci si chiede se davvero lo stato non abbia de facto abdicato al controllo del territorio e si limiti a attività burocratiche e nominalistiche senza vero impatto.

– la sburocratizzazione della pubblica amministrazione.
La mia proposta è analizzare alcune attività semplici e molto comuni, come ad esempio l’apertura di una nuova impresa, di un ristorante, di un’attività commerciale, permesso di costruzione e verificare puntualmente la lista degli adempimenti burocratici necessari.

Si tratta di mappare il processo, un’attività che ogni azienda fa strutturalmente e di verificare se esistono spazi di riduzione tempi e costi.

Il recente “poderoso” (definizione di Conte) decreto semplificazioni del governo non fa assolutamente nulla o quasi nulla in tal senso. Limitiamoci a guardare queste attività una alla volta e a fare la lista degli adempimenti burocratici. Credo sarebbe interessante pubblicare i risultati. Imprese e cittadini si sono quasi assuefatti a questa burocrazia.

Si parla tanto di digitalizzazione. Proviamo a farla davvero invece che parlare a vuoto di Smart Working, rendendo digitali e su base di silenzio assenso la grande maggioranza degli adempimenti, senza attendere il responso lento e farraginoso della pubblica amministrazione.

Soprattutto, bisogna ribaltare completamente la logica. Lo Stato deve controllare e punire l’abuso o l’illegalità se rilevati, non autorizzare preventivamente ogni e qualsiasi attività generando ritardi e divieti continui.

Ci si deve chiedere nella quasi disperata ricerca di lavoro e sviluppo economico se il costo del controllo eccede il valore del controllo, e se la ricerca spasmodica di protezioni, garanzie, non produca l’effetto aberrante di avere un fantastico set di garanzie per i cittadini, che però sono disoccupati e gravati da un debito pubblico enorme.

Forse staremmo un po’ meglio con un po’ meno garanzie di adempimento, regole regoline e regolette piazzate ovunque con la scusa di garantire tutti che altro non fanno che deprimere qualsiasi iniziativa privata o renderne l’attuazione problematica tanto da richiedere l’intervento di uno “specialista” il cui compito è solo interpretare le regole e spesso trovare il modo di scovare regole uguali e contrarie per aggirarle.

Specialista che è un costo, che ha zero produttività perché non produce alcuna ricchezza e che si giustifica solamente con l’accesso privilegiato agli enti pubblici che rilasciano le “autorizzazioni” con evidenti rischi di “asimmetrie” (cioè “il permesso lo avrai solo se lo richiedi con me e con il relativo costo. Se lo richiedi da solo nessuna speranza”).

Si noti che questi “specialisti” di burocrazia sono proliferati negli ultimi anni su praticamente qualsiasi tema che riguardi l’interfaccia con lo stato, e che il loro costo è una vera e propria tassa.

Un paese in cui la denuncia dei redditi è praticamente impossibile da compilare per un comune mortale è un paradosso, trascurando pratiche più complesse come aprire un negozio o un ristorante o un attività imprenditoriale sulle quali un comune mortale non prova nemmeno a cimentarsi.

– politiche attive per la famiglia. Abbiamo un grandissimo bisogno di figli che non facciamo più per paura di non poterli sostenere. Vogliamo finalmente fare qualcosa per incentivare i nostri giovani ad essere padri e madri ? Asili nido, scuole, quoziente familiare di reddito.

I giovani sono la nostra salvezza e una famiglia è la più bella cosa che possiamo regalare loro dopo averli indecorosamente indebitati. Facciamo qualcosa. Subito. È un dovere etico della nostra generazione. E cerchiamo di non costringerli a emigrare, restando vicini alla terra in cui sono nati con un lavoro non con un sussidio.

– collaborazione tra lavoro e capitale. La contrapposizione tipica degli anni ’90 è antistorica. Ci sono modalità nuove e moderne in cui lavoro e capitale collaborano anche sui diritti economici e condividono le sorti dell’impresa. Io credo che riconoscere una premio di produttività o una quota del plusvalore alla componente lavoro possa e debba diventare strutturale.

Il sindacato moderno non protegge il posto di lavoro ma il lavoratore consentendogli di scegliere il migliore datore di lavoro possibile e aiutando la transizione da un lavoro all’altro.

L’imprenditore moderno non vuole estrarre plusvalore marxiano dal lavoro, ma vuole all’opposto crescere professionalità e produttività dei propri dipendenti per migliorare la possibilità di competere di tutta l’impresa.

Leggere le dichiarazioni di una parte vetero-sindacale sulla reintroduzione dell’art 18 è davvero scoraggiante. In un mondo dove interi settori economici e migliaia di aziende sono stati polverizzate da Google e Amazon, noi pensiamo di proteggere posti di lavoro che non hanno più senso di esistere. Pensiamo di fronteggiare il crollo della diga mettendo un dito sul foro.

All’opposto, premiare economicamente il lavoro se i risultati di impresa sono buoni o eccellenti per me è quasi un dovere.

– infine: trasparenza della pubblica amministrazione. La resistenza a pubblicare i verbali del Comitato Tecnico Scientifico come richiesto dalla fondazione Luigi Einaudi del governo è francamente incomprensibile. Ma cosa siamo, cittadini stupidi? Non possiamo sapere? Quale è il “pericolo”?

Io penso all’opposto alla pubblicazione trimestrale di migliaia di dati di performance della pubblica amministrazione. Dati veri concreti, oggettivi, che hanno un impatto sulla vita di noi tutti. Durata dei processi civili, entrate fiscali, costi standard degli ospedali e delle asl, spese fiscali per natura e per destinazione, efficacia delle misure prese, test invalsi, e molti molti altri.

Ogni tre mesi il governo e ogni ministero si dovrebbe impegnare in una massiccia operazione di trasparenza e comunicazione che confronti obiettivi e risultati. Possibilmente e quando confrontabile su base regionale o territoriale.

Così si confrontano territori e amministratori su basi concrete e oggettive, senza alcun timore di indicare ciò che sta funzionando e cioè che all’opposto deve essere ancora migliorato.

Lo Stato siamo noi. Abbiamo diritto di sapere come stanno andando le cose, indicando gli obiettivi, i risultati e le azioni correttive. Assistere a 60 minuti di conferenza stampa con fiumi di parole senza un numero, senza un obiettivo specifico, senza un confronto tra obiettivi e risultati è per me davvero desolante.

Se un amministratore delegato si presentasse al suo consiglio di amministrazione o all’assemblea degli azionisti in quei termini sarebbe prontamente allontanato.

Lo Stato non è un’azienda, è ben di più è il futuro della nostra comunità e dei nostri figli. Trasparenza, obiettivi e risultati, un approccio che guardi ai problemi, alle soluzione a agli ostacoli da superare in modo asettico e numerico, e che comunichi non l’autocelebrazione ma un’analisi oggettiva di ciò che sta funzionando e ciò che non sta funzionando sarebbe una salto epocale nel rapporto tra stato e cittadino.

Lo Stato siamo noi se siamo coinvolti in modo civile nell’opera di risanamento e per essere coinvolti bisogna comunicare in modo aperto i numeri e le realizzazioni. Se invece lo Stato è il mezzo per rafforzare il proprio potere personale o il proprio partito, la conseguenza ultima sarà la costante e progressiva disaffezione e sfiducia verso lo Stato, verso i partiti e verso la politica.

La trasparenza e l’informazione sono una condizione per cercare di risalire la china da una situazione di totale sfiducia nella politica proprio perché è evidente a tutti i cittadini che la politica è massicciamente autoreferenziale e dedita unicamente a perpetuare il proprio potere.

La trasparenza sulla spesa pubblica e per converso tutte le evidenze su evasione fiscale e contributiva per destinazione sono quindi i temi più importanti su cui rendere conto a tutti i cittadini in uno spirito di vero servizio e non di ricerca spasmodica di potere e autoreferenzialità.

4/continua

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