Gli scienziati come foglia di fico, la salute come alibi permanente

Il diniego prima improvvidamente opposto e poi tardivamente revocato sull’accesso pubblico ai verbali del Comitato Tecnico Scientifico della Protezione Civile non serviva a custodire un segreto di Stato, ma a occultare il falso ideologico (in senso politico e non penale) della piena e obbligata corrispondenza tra le scelte del Governo e le indicazioni dei “nostri scienziati”, a cui dall’inizio dell’emergenza il presidente del Consiglio e tutti i ministri senza eccezioni hanno sostanzialmente attribuito la responsabilità di decisioni, a cui l’esecutivo sembrava limitarsi ad apporre la ceralacca dell’ufficialità e del valore legale.

Ciò che Conte voleva nascondere non era un’informazione, da cui, se divenuta di dominio pubblico, sarebbe potuto derivare un danno per la sicurezza della Repubblica, ma l’evidenza di una marcata discrezionalità politica nella gestione dell’emergenza, cioè una circostanza che non è affatto, in sé, anomala, ma che lo diventa quando smentisce in modo smaccato la retorica del “governo della scienza”, dietro alla quale l’esecutivo ha dal primo minuto nascosto decisioni e indecisioni, che appartenevano invece tutte al campo della politica.

È presumibile che a preoccupare Palazzo Chigi, vista l’indagine in corso, fossero soprattutto le notizie sui ritardi a proposito di Nembro e Alzano, a cui si sono subito attaccati rappresentanti di una opposizione di centro-destra, che dalla fine di febbraio all’inizio della fase 2 hanno oscillato più e peggio della maggioranza tra terrorismo e negazionismo, tra richieste di chiusure totali e istanze di apertura altrettanto assolute, a seconda del target prescelto, secondo una “filosofia della comunicazione” che è quella di dire e di promettere di dare quello che ciascuno vuole sentire o avere, senza avvertire il peso di nessuna contraddizione. 

Il ridicolo di un esecutivo che continua a mettere al centro degli allarmi la “movida” e nello stesso tempo supporta con variegati bonus l’industria del turismo, dello svago e del tempo libero, addirittura scompare di fronte a quello sovranista, che sul piano nazionale e regionale all’inizio dell’epidemia insisteva per una linea dura indifferenziata, esibendo, come fece Fontana, improbabili consulenze cinesi contro la mollezza di Roma, e oggi accusa il Governo di avere affossato l’economia nazionale con chiusure troppo generalizzate.

Però il caso di Alzano e Nembro non è che la manifestazione – problematica, viste le circostanze, ma fisiologica – di un fenomeno più generale, cioè la “non commensurabilità” dell’etica e della deontologia scientifica e di quella politica, a fronte di compiti e quindi di responsabilità del tutto diverse e dell’impossibilità di considerare le emergenze sanitarie, anche ammettendo la preminenza costituzionale del “diritto alla salute”, come questioni unicamente sanitarie. Una pandemia è un rischio politico complessivo – e lo vediamo da indici di mortalità economica da Covid-19 su imprese e occupati che sono più preoccupanti di quelli demografici – a cui corrisponde una decisione politica che tiene in conto variabili e valutazioni di costo-beneficio, che sarebbe improprio (e anche un po’ comico) affidare a un consesso di virologi, igienisti, epidemiologi, pneumologi e rianimatori.

A scandalizzare non dovrebbe essere che Conte abbia alla fine preso, seppur tardivamente, ben oltre i desiderata del CTS, una decisione duramente precauzionale, mossa più che dall’esigenza di contenimento del contagio, da quella del contenimento del disordine politico-istituzionale che sarebbe derivato da un sistema di chiusure differenziate, di meno agevole gestione e con strategie più complicate di comunicazione del rischio. Non si sapeva cosa stava succedendo, non c’erano modelli a cui ispirarsi, il Sud si stava staccando dal Nord e a dominare il sentimento dell’opinione pubblica era la paura e la “caccia all’untore”. Ma a stabilire la legittimità o la fondatezza del modello #statetuttiacasa non è certo l’aderenza o la difformità dalle proposte dei tecnici della Protezione Civile.

A dovere scandalizzare dovrebbe essere che Conte, il quale oggi rivendica la discrezionalità politica delle sue decisioni, abbia giustificato tutte le scelte come mere trascrizioni in legge di “prescrizioni mediche”. Questo travestire da necessità scelte opinabili, a cui non era richiesta altra motivazione che l’essere state validate dai “nostri scienziati”, è la vera impostura antipolitica e antiscientifica che Conte e il suo Governo hanno propalato dal 30 gennaio ed è sinistramente conforme all’idea dell’interesse generale del M5S, come cioè qualcosa di “dato”, che deve essere semplicemente riconosciuto e tradotto in legge, e che iscrive d’ufficio gli eventuali contrari nelle fila dei nemici e dei traditori del popolo.

Che un problema possa avere soluzioni diverse e ugualmente “oneste”, a seconda delle premesse o delle conseguenze che si ritiene di dovere considerare, non rientra nello schema manicheo della post-democrazia grillina e dunque non poteva certo essere suffragato dall’Avvocato del popolo, che per oltre sei mesi, fino alla propizia richiesta della Fondazione Einaudi (sempre sia lodata), ha potuto guidare questo finto “Governo in camice bianco” e usare gli scienziati come foglia di fico della sua responsabilità politica e la salute come alibi permanente di ogni decisione.

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