I soldi son pochi e la politica che sa solo distribuirli non sa come governare

Dietro la siepe del Decreto Rilancio c’è il buio. Dopo aver distribuito più soldi per tutti – lo direbbe in altro modo Antonio Albanese – la prospettiva economica del governo per ora è fatta di ombre e nebbia. Il ministro dell’economia Roberto Gualtieri con grande impegno sta lavorando per far piovere sul Paese miliardi e miliardi presi a debito tentando di soddisfare tutte le richieste, ma proprio tutte, dalla grande industria che magari fino a ieri delocalizzava fino al commerciante che evadeva tutto il possibile, passando ovviamente per la marea di persone rimaste con le tasche al verde, o che già lo erano prima del Covid.

In quasi spargimento di denaro sono spuntate qua e là anche favori e marchettine a questo o quel pezzo di sottobosco politico di cui molti ministri si sono fatti portatori nel solito assalto alla diligenza tipico di tutte le Finanziarie dell’era delle vacche grasse.

Solo che ora le vacche sono magrissime e i partiti, chi più chi meno (pare che in questo abbiano brillato i grillini e segnatamente il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che batte i pugni per avere più soldi per l’export), invece di progettare ipotesi di new economy per il dopo-pandemia si sono dedicati alla triste ricerca di consensi in un momento in cui bisogna fare delle scelte precise e anche dolorose.

Anche perché fra non molti mesi si porrà il problema di raddrizzare la finanza pubblica, cominciare a onorare il debito e a far ripartire il Paese.
E i soldi non sono infatti illimitati, anzi. Le previsioni sono nerissime. E quando in autunno il debito sarà schizzato al 160-170 per cento si può essere certi che partiranno le manovre speculative contro un’Italia super-indebitata e senza idee.

Invece al solito si tappano i buchi e poi si vede. Forse invece di tante inutili task force ci sarebbe voluto un gruppo di lavoro serio con grandi economisti per cominciare a disegnare la nuova politica economica del post-virus.

Giacché è evidente che il governo Conte ogni giorno che passa dimostra di non essere all’altezza di un compito così immane. Ed è questo senso di inadeguatezzza e di provvisorietà che spiega le fibrillazioni, le tensioni continue, le ridicole “gare” a chi arriva primo (ultima penosa metafora, la corsa di Conte per battere Di Maio nell’annuncio della liberazione di Silvia Romano).

Costruire un’exit strategy dall’emergenza è un compito che spetterebbe in primo luogo ai partiti, se essi tornassero a coltivare l’attitudine a guardare oltre la siepe della crisi.

Il Partito democratico appare il soggetto principale in grado di fornire un’idea organica di una nuova Italia, ma anch’esso spreca molte energie nello spegnimento dei fuochi nella maggioranza anche rinunciando ad alzare la voce (come sulle regolarizzazioni degli immigrati dove passa bellamente il veto di un tal Vito Crimi) e ogni tanto tira fuori qualche idea sempre troppo complicata, o contraddittoria o comunque spiegata male (dall’intervento delle Stato nell’economia alla riduzione del l’orario di lavoro).

Dei Cinque Stelle si è detto. Imbambolati dalle luci del potere, sono del tutto privi di una linea che non sia quella del puro assistenzialismo post-navigator.
E i partiti di opposizione hanno tanta voglia di scappare. È stata davvero impressionante l’ammissione dell’altra sera di Giorgia Meloni da Fazio che gli chiedeva se ambisse a governare: «Nooo», ha risposto sorridendo. Ma diceva la verità. È la destra di questo 2020, bellezza.

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