I tre fattori che hanno trasformato l’Italia nella patria del populismo

La forza dei populisti non è omogenea in Europa. Solo in Ungheria e in Italia supera il 50 per cento dei consensi, oltreché in Grecia (dove, come detto, la fisionomia delle forze populiste è mutata).

Da cosa nasce questa forza così egemone nel nostro Paese?

La ricostruzione degli avvenimenti qui fatta si incarica in qualche modo di dare già delle risposte all’argomento. Dalle dimensioni del debito pubblico degli anni ottanta a Tangentopoli, dalle stragi di mafia alla presenza di una TV commerciale così rilevante, dalle differenze economiche tra diverse aree territoriali al malfunzionamento della giustizia, dagli errori di una sinistra nuova che ha rinunciato a rappresentare il lavoro e a studiare l’innovazione, dai prezzi economici e sociali pagati per entrare nell’euro alla bassa crescita economica, e potremmo proseguire, il film che è scorso davanti ai nostri occhi è quello di una crisi permanente, con rarissimi momenti di ottimismo e di speranza.

Tuttavia esistono tre fattori specifici che vanno considerati, e che hanno fortemente inciso sugli attuali orientamenti. Il primo fattore è che l’Italia, prima del 1989, era una repubblica, come si è ricordato, sostanzialmente fondata sui partiti.

Tutti i partiti erano organizzati, vere e proprie articolazioni che permettevano a una società profondamente divisa, segnata dalla guerra, dal fascismo e dalla Resistenza, con un forte tasso di analfabetismo, di crescere e di strutturarsi.

Soprattutto la DC e il PCI – senza trascurare il PSI – sono stati i grandi canali che hanno permesso la pacificazione e lo sviluppo dell’Italia, non senza tensioni, conflitti e trame. La crisi di queste formazioni, che è avvenuta dal 1968 in poi, con i processi di modernizzazione e di secolarizzazione della società, e la loro perdita di capacità di rappresentanza hanno lasciato soli pezzi della società, periferie, strati sociali, aree del Paese.

Pur essendo il populismo estraneo alle culture democratico-cristiane e a quelle socialiste, questi grandi partiti di popolo, progressivamente istituzionalizzandosi, meno capaci di comprendere e governare le trasformazioni sociali e le innovazioni tecnologiche, hanno involontariamente creato tribù di orfani, e vere e proprie aree di abbandono. Lì l’identità territoriale e comunitaria ha funzionato, con la prima Lega, come risposta a quelle domande inevase.

Lo schiacciamento dei partiti come élite è stato un processo lungo, ma inesorabile, e mai sostanzialmente interrotto (se si esclude il primo Ulivo).

Se si considera la letteratura politica di questi ultimi decenni, si troverà l’illusione di considerare inutili i partiti, come tutti i corpi intermedi; di essere già in presenza di un cittadino consapevole, con un’etica della responsabilità, che alle primarie delega un leader a risolvere i problemi; di lasciare la partecipazione al mero ambito associativo e del terzo settore, fattore importantissimo nella società italiana, senza ripensare le forme della partecipazione politica. Non esistono più partiti popolari in Italia. Così i partiti appaiono élite. Trionfano i movimenti populisti.

Il secondo fattore riguarda le classi dirigenti economiche del Paese, che hanno controllato i mezzi di comunicazione e i prodotti televisivi. Vi è stato, prima che un populismo politico, un populismo comunicativo, televisivo, giornalistico.

Berlusconi addirittura di quei prodotti, e dei modelli che portavano con sé, ha fatto un partito e così ha segnato la storia di questi decenni. I canali televisivi, pubblici e privati, ancora oggi, hanno alimentato «una cultura popolare basata sulla contrapposizione ideologica tra “Piazza” e “Palazzo”, “popolo” e “casta”».

L’elenco delle trasmissioni TV costruite su questo schema alto-basso è praticamente onnicomprensivo. In altri Paesi democratici europei ci sono al massimo un paio di trasmissioni politiche alla settimana. In Italia ce n’è più di una al giorno, dalla mattina alla sera, alla tarda serata, su tutti i canali. Lo schema è sempre quello. I progenitori sono stati Funari con “Aboccaperta” (1981-1987) e Giuliano Ferrara con “Linea Rovente” (1987) e la TV spazzatura, “Striscia la notizia di Antonio Ricci”.

I nipoti Corrado Formigli con “Piazzapulita” o Giovanni Floris con “Ballarò”, per citare solo alcuni dei più seguiti.

Il successo clamoroso del libro “La Casta”, che nel 2007 ha venduto più di un milione di copie, scritto da due autorevoli firme del quotidiano dell’establishment per antonomasia, ha dato il segno di questa tendenza. È stata prodotta un’ideologia populista, che ha innervato la coscienza del Paese.

Per questo ha preso forza con facilità, quando i nuovi strumenti web lo hanno reso possibile, una vera e propria valanga populista. L’ultimo fattore – che abbiamo in parte già richiamato – è la riabilitazione di fatto del ventennio fascista.

A quella riabilitazione hanno concorso in molti. Gli intellettuali indignati per “la morte della Patria” ma anche una sinistra fragile nel difendere una storia e una tradizione.

Oggi, quando si rivedono aggirarsi i fantasmi dell’antisemitismo e della xenofobia, è giusto domandarsi se non si è andati al di là del consentito. Che nel ventre della DC, dopo il 1948, si siano depositate nostalgie del fascismo, è una cosa nota.

Così come in quello comunista c’erano illusioni rivoluzionarie o sovietiche. Ma il grande merito di De Gasperi e di Togliatti, e poi quello di Aldo Moro e di Berlinguer, è stata l’educazione di quei sentimenti.

Aver ceduto culturalmente sul senso, nella Costituzione, della religione civile che la percorre, ha prima fatto chiudere gli occhi nei confronti degli estremisti di destra che negli stadi inneggiavano al Duce, a Hitler e fischiavano i giocatori di colore; e poi ha messo tutti sullo stesso piano, come se oggi non ci fossero più pericoli.

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