I tre giorni del Conte in cui si deciderà il futuro della politica italiana

I tre giorni del Conte culmineranno probabilmente sabato con l’annuncio agli italiani di cosa dovrebbe accadere il 4 maggio, questo D-day cui si guarda con impazienza e qualche timore. Per il presidente del Consiglio è un passaggio decisivo. Davanti a un Paese che piange finora 25mila morti, con un’economia in ginocchio e un morale a terra o sarà in grado di spiegare chiaramente che strategia ha in mente per “l’immediato dopoguerra” – mentre si continua a combattere – o stavolta rischia che gli italiani si arrabbino davvero.

Molto è già stato fatto uscire, una serie di misure di buon senso e in parte tardive; ma molto è ancora da scrivere – assumendosi la responsabilità di vincere le resistenze degli scienziati che dipendesse da loro non aprirebbero mai – e soprattutto si è capito che nulla potrà funzionare senza un po’ di fortuna e di senso di responsabilità e istinto pratico degli italiani.

Ci sarà l’inevitabile caos alle stazioni di autobus e metropolitane, sperando che piano piano lo spirito di adattamento dei lavoratori abbia la meglio sulle difficoltà strutturali del Paese. Per questo, sabato Conte non potrà essere burocratico ma dovrà dare il senso di saper guidare la comunità nazionale: è una prova che non può sbagliare.

L’Italia infatti è a pezzi, lo dicono tutte le stime. La Storia dirà se si poteva riaprire prima almeno qualche settore strategico. Ma è ndata così: siamo gli ultimi a mollare (parzialmente) il lockdown. Ci dicono che al ministero dell’Economia si sta lavorando senza sosta per preparare un Def difficilissimo e più in generale per mettere in campo un piano organico di misure economiche. Il decreto Aprile varrà 55 miliardi, lo scostamento di bilancio vola, le previsioni parlano di un Pil a meno 8 per cento.

Il rischio è quello di una paurosa contrazione della domanda con una recessione record e disoccupazione di massa: potranno bastare i sussidi dei Stato a metterci una pezza? Impossibile.

Serve una strategia di più lungo termine e capire dove Conte e Gualtieri intendono portare l’Italia, verso quale nuovo modello di sviluppo, quali scelte strutturali, quali riforme. Ma per ora almeno bisogna capire come si vuole salvare tanta gente da quella che Papa Francesco chiama “la pandemia sociale”. Intanto, rimuovendo gli ostacoli burocratici per ottenere i prestiti dalle banche. E soprattutto serve l’Europa.

Come al solito, il Consiglio europeo è stato meno cruciale di quanto fosse necessario e l’Italia di Conte è costretta a subire un andamento lento che è meglio di niente ma è non è certo il timing desiderato: e infatti si aspetta ora il 29 aprile quando Ursula von der Leyen dovrà presentare il grande piano europeo sostenuto dal bilancio della Commissione.

Non sapremo mai se l’atteggiamento da “duro” del nostro premier sarà stato utile oppure controproducente: è un dibattito, a quanto ne sappiamo, ben vivo anche nella stretta cerchia del presidente del Consiglio ma quello che è certo è che dal vertice europeo, Conte porta a casa quello che già si sapeva (il tris Bei-Sure-Ricovery fund: ma concretamente quando vedremo i soldi?) più la (sua) retromarcia sul Mes per la sanità: i famosi 37 miliardi “dedicati” al servizio sanitario pubblico, una manna dal cielo che nessuna persona normale avrebbe potuto rifiutare: i grillini si accucceranno, i sovranisti sbraiteranno.

E infatti lo sforzo immane che il governo deve sobbarcarsi non potrà contare sulla solidarietà dell’opposizione. I rapporti sono troppo deteriorati. Il duo Salvini&Meloni punta non si sa bene a cosa, forse solo sulla “rivincita” alle regionali del prossimo autunno, ma la distanza siderale fra governo e opposizione si è vista plasticamente in questi giorni alla Camera, dove Fratelli d’Italia ha scelto (in questa situazione!) di fare ostruzionismo mandando a farsi benedire, complici anche le larghe assenze della maggioranza, ore e ore di seduta. Lo stato attuale dei lavori parlamentari è lo specchio di una politica imballata e litigiosa, esattamente il contrario di quello che non si stanca di chiedere Sergio Mattarella.

In più, Conte deve anche fare i conti con il famoso “malessere nella maggioranza” che non è, come dicono gli uffici stampa dei partiti, un’invenzione dei giornali ma un confuso accavallarsi di tensioni grandi e piccole, sia in casa grillina, alle prese con un radicale problema di identità politica, che in casa dem, dove in queste ultime settimane sono cresciuti i dubbi sulla tenuta di Conte.

Interpellato da noi, un ministro del Pd ci ha risposto: «Questo malessere serve a ridefinire il baricentro di governo e maggioranza, non a sostituirli». Il Pd non ha dunque intenzione di contestare il presidente del Consiglio ma non è (più) disponibile a dargli carta bianca, vuole più spazio e giocare da protagonista. Il premier è avvertito. In tre giorni, Giuseppe Conte deve dare segnali di vita importanti, se può.

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