Il governo è passato ufficialmente alla fase «uno, due, tre, casino!»

La situazione è chiara. Con la moltiplicazione delle task force e il venir meno di ogni coordinamento tra Stato e Regioni, dalla fase uno siamo passati ufficialmente alla fase «uno, due, tre, casino!». Il presidente del Consiglio, come ha scritto Fabio Martini sulla Stampa, sta lavorando insieme ai ministri «per arrivare alla “ripartenza”». 

Ragion per cui è stata «messa in campo una task force che, assieme al comitato tecnico-scientifico, dovrà presentare gli scenari sui quali il governo deciderà il da farsi». 

Il problema è che proprio in questo momento decisivo – mentre il presidente del Consiglio lavora alacremente per arrivare alla ripartenza, e a tal fine mette in campo la task force che, assieme al comitato tecnico-scientifico, dovrà poi presentare gli scenari in base ai quali, un giorno, forse, si deciderà – giusto in questo supremo frangente, dicevamo, è arrivata la richiesta della Regione Lombardia di un via libera per ripartire il 4 maggio, subito seguita da Veneto, Piemonte e Sicilia (che essendo anche le regioni più popolose, fanno praticamente un terzo degli italiani). 

«È la via lombarda alla libertà», ha detto Attilio Fontana, con entusiasmo a dir poco spiazzante. Tanto più considerando che meno di una settimana fa, quando il governo aveva appena annunciato la riapertura delle librerie, lo stesso Fontana si era affrettato a emettere un’ordinanza per richiuderle. 

Dal 4 maggio, dunque, dovrebbe avvenire il sorpasso, con l’Italia, verosimilmente, ancora chiusa, in attesa degli scenari della task force, e la Lombardia che riapre tutto, comprese, presumibilmente, le librerie (anche perché nella stessa serata di ieri Fontana si era affrettato a precisare di non intendere le «attività produttive», di competenza del governo, lasciando di conseguenza il pigro ascoltatore nell’incertezza circa l’utilità e l’urgenza di riaprire le attività improduttive). 

Nel frattempo, ci informa su Repubblica Annalisa Cuzzocrea, «la squadra di Vittorio Colao ha dubbi su buona parte del lavoro fatto fin qui», che come primissimo passo non è male (denota se non altro un certo grado di lucidità). 

Il manager, che «continua a lavorare da Londra e che da lì coordina la task force voluta da Giuseppe Conte», ha chiesto al commissario Domenico Arcuri a che punto è l’approvvigionamento di mascherine, nonché la situazione per quanto riguarda la app per tracciare il contagio e «i test sierologici la cui efficacia, spiega uno dei 240 consulenti del governo, raggiunge ormai il 95%». 

Passaggio illuminante, che ha destato il giusto interesse anche sul web. «Quando il numero dei consulenti supererà quello dei decessi, allora sapremo di avere raggiunto il picco», ha osservato Paolo Luti su Twitter. 

Quanto al tracciamento, come scrive sul Corriere della sera Martina Pennisi, «l’investitura dell’app nostrana è ancora in attesa di una formalizzazione» – l’avreste mai detto? – che comunque dovrebbe arrivare dopo il confronto con il gruppo di lavoro di Vittorio Colao, sebbene i tempi, «come trapela dalla task force del ministero di Paola Pisano» (da non confondere con quella di Colao), iniziano a essere stretti. «Se si partisse oggi, fra test finali di sviluppo e sicurezza si potrebbe essere pronti per metà maggio». Se si partisse oggi (cioè ieri). 

Intanto, prosegue l’articolo, anche su questo fronte, si moltiplicano le iniziative delle Regioni: la Lombardia ha già fatto partire la sua AllertaLom, la Toscana sta testando con i medici un’app di raccolta dei dati, il Friuli-Venezia Giulia ha annunciato una sperimentazione di contact tracing, il Lazio ha scelto la strada della telemedicina (nonché l’app dal nome più semplice e pratico: laziodrcovid) e l’Umbria ha preso contatti con WebTek. 

Il tutto mentre il Garante per la privacy Antonello Soro ha scoraggiato «iniziative estemporanee», evidentemente senza successo. Resta, comunque, il problema dell’autocertificazione, perché «fra le opzioni ci sarebbero l’integrazione nell’app Io (vicina al debutto), che garantirebbe la certificazione dell’identità del possessore dello smartphone, o una nuova app di Sogei». Nel secondo caso, però, potrebbe diventare necessario «dotarsi di tre app diverse: una per il tracciamento, una per i servizi pubblici e una per l’autocertificazione».

A questa breve rassegna bisognerebbe poi aggiungere le dichiarazioni di giornata di Matteo Salvini, che plaude allo scatto della Lombardia e invita a riaprire tutto, dopo avere già detto di chiudere tutto, e prima ancora di riaprire, e prima ancora di chiudere; e quelle del sindaco di Milano Beppe Sala, che prima ha criticato lo scatto della Lombardia e accusato la Lega di essere passata in due giorni «dal terrore al liberi tutti», cioè esattamente il contrario di quel che ha fatto lui, dopodiché ha scritto una lettera alla Regione dicendo che Milano è pronta a collaborare. 

Mentre il sottosegretario Sandra Zampa avverte che se la Lombardia decidesse di ripartire da sola il governo potrebbe anche impugnare il provvedimento. 

Tutto ciò detto e considerato, due domande si impongono. Siamo proprio sicuri di voler ripartire? Ma soprattutto: per andare dove?

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