Il Pd comincia a chiedersi se per la ricostruzione ci sia davvero bisogno di Conte

Nel Palazzo da giorni ci si chiede se Giuseppe Conte sia l’uomo giusto per la ricostruzione. I giudizi sul presidente del Consiglio sono meno positivi di qualche settimana fa a causa di una gestione della crisi fattasi sempre più confusa e al momento del tutto incapace di fornire aiuti concreti a chi ne ha bisogno. L’opinione pubblica preme e dà segni di insofferenza, e nel mondo politico questo si avverte.

Dal canto suo, Conte invece di comporre le fratture ha strappato la tela con l’altra metà della politica, cosa che rischia di bruciarlo quando si tratterà di unire un Paese malconcio indossando i panni del leader nazionale, caratteristica decisiva per un commander-in-chief in qualunque dopoguerra. Ma a quanto sembra il premier avrebbe ormai deciso di giocare in proprio una partita personale in chiave anti-Salvini, tanto che si parla di un possibile partito “contiano” che sarebbe già stato testato con appositi sondaggi.

Di fatto, ormai è alla fase 3 che si guarda, quella della ricostruzione di un’economia disastrata e di uno sfilacciamento sociale senza precedenti ammesso e non concesso che si passi indenni la fase attuale e quella della riapertura. A sostenere il presidente del Consiglio ci sono sempre Movimento Cinque Stelle e Partito democratico (ormai Italia viva è critica su tutto, dall’ostilità sul Meccanismo europeo di stabilità alla politica neosalviniana dell’immigrazione) ma soprattutto il partito di Luigi Di Maio, che ha apprezzato un premier molto “grillino” nella opposizione all’odiato Ministero dell’Economia e che può essere la sua unica àncora di salvezza. Ma le cose potrebbero cambiare non appena l’emergenza fosse superata.

Ha scritto sul Messaggero Alessandro Campi a proposito delle prossime difficili decisioni della ricostruzione: «Potrà prenderle questo governo nato nel modo sghembo che sappiamo al termine di una pazza estate? Potrà prenderle il solo Conte, pur sorretto dal Pd? (…) Niente di più facile che se lo stia chiedendo, nel rispettoso silenzio che si è imposto, anche il Capo dello Stato». Perché è certo che il Quirinale avverte benissimo il rischio di un’Italia spaccata in due proprio nel momento in cui c’è bisogno di solidarietà politica, quello del dopoguerra.

In questo quadro, il Partito democratico di Nicola Zingaretti, finora totalmente al servizio del governo Conte, ufficialmente non si pone il problema di sostituirlo ma le aree del partito che non fanno riferimento diretto al segretario, pur sostenendolo, cominciano a chiedersi se l’attuale assetto politico sia idoneo a fronteggiare il “dopoguerra”. Qui entrano in scena due elementi di cultura politica presenti nel Pd sebbene negli ultimi tempi un po’ offuscati dalla bramosia di governare: quella “togliattiana” e quella “degasperiana”.

Non a caso lo schema che molti hanno in testa è quello del dopo-Liberazione, fondato sulla grande intesa fra Pci e Dc per tutta la prima fase della ricostruzione (e della Costituente) con i governi di unità nazionale; seguita poi dal durissimo scontro elettorale, tendenzialmente bipolare, del 1948. Uno schema parzialmente replicato da Berlinguer e Moro nel triennio ‘76-‘79 dinanzi alla grave crisi economica e l’impazzare del terrorismo, esperienza come si sa molto meno fortunata della prima.

Nel Pd ci sono personalità che cominciano a soffrire l’identificazione con l’avvocato del popolo e che immaginano una fase più matura, più avanzata dei rapporti politici. Magari sotto il segno di grandi personalità come Mario Draghi. Un esponente come Andrea Orlando che si definisce un “togliattiano” non è insensibile alla ricerca di un nuovo assetto politico – lo ha scritto bene Carmine Fotia sul sito ytali.com – e lo stesso vale per l’area cattolico-democratica di Dario Franceschini, sensibilissima agli orientamenti di Sergio Mattarella.

A ciò si deve aggiungere un certo nervosismo da parte di grandi personalità come David Sassoli, Paolo Gentiloni, in parte Roberto Gualtieri, Enrico Letta per via dell’atteggiamento “filo-grillino” del premier sulla già citata questione del Mes. Mettiamoci poi persone e umori che nulla hanno a che fare col “Pd alla romana” di Zingaretti (fra cui diversi sindaci) ed ecco che la geografia interna del Nazareno potrebbe cambiare, magari non subito, anche perché il segretario ha dalla sua ha l’apparato centrale e buona parte della squadra di governo.

Ma di certo prima o poi il Nazareno dovrà uscire dal suo lungo letargo intellettuale e decidere cosa fare nella fase più complicata della storia d’Italia, soprattutto se dovesse intervenire sulla scena nazionale un qualche shock economico e sociale. Sarebbe a quel punto necessario abbandonare la linea del “Conte punto di riferimento dei progressisti” e dell’intesa preferenziale con i grillini e imboccare una strada completamente diversa.

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