Il successo delle teorie del complotto ripropone la questione se sia più pericolosa la cattiveria o l’idiozia

Prima di internet e dei social network era la cattiva politica a servirsi di falsificazioni e manipolazioni per i suoi scopi, arte in cui non per nulla erano insuperabili i nazisti, con le infinite teorie del complotto costruite e diffuse contro gli ebrei, le democrazie occidentali e ogni altro soggetto in quel momento identificato come nemico.

Con il successo che la delirante teoria della cospirazione americana di QAnon sta avendo in Germania, dove secondo il New York Times avrebbe dato nuova energia all’estrema destra, assistiamo forse per la prima volta al fenomeno inverso. Stavolta è l’assurdità a creare la cattiva politica, o a rianimarla (nel caso specifico, attorno all’idea di un piano delle élite globali che rapirebbero i bambini per estrarre dal loro sangue una sorta di elisir di lunga vita). Gettando così nuova luce sul più antico dei dilemmi, destinato forse a rivelarsi come la questione politica decisiva di questa strana stagione: se sia cioè più pericolosa la cattiveria o l’idiozia.

Il successo di questa come di altre mille teorie consimili – ricordate il piano Kalergi, quello della cosiddetta «sostituzione etnica» dei popoli europei ordita da finanzieri senza scrupoli, ovviamente ebrei? – testimonia il ritorno in grande stile della retorica e direi soprattutto dell’estetica nazista.

Si è parlato spesso di quello «stile paranoico» della politica americana che oggi, attraverso internet e social network, ha inquinato ormai il dibattito pubblico di ogni paese occidentale. Una narrazione che, se guardiamo anzitutto agli aspetti esteriori e simbolici, allo «stile» in senso proprio, dovremmo forse definire piuttosto «stile nazistoide».

L’affinità è infatti così forte che buona parte di questa spazzatura funziona già di fatto come un codice, permettendo di veicolare allusioni, messaggi e richiami di matrice nazista all’interno di un circuito molto più vasto e variegato, in cui si mescolano autentici antisemiti e semplici scoppiati, nerd, no vax e no global, influencer di instagram e picchiatori da stadio (e questo non è l’ultimo dei motivi, a quanto riferisce il New York Times, dell’allarme negli apparati di sicurezza tedeschi).

Nelle mille, disparate, assurde teorie del complotto che popolano da anni i bassifondi della rete globale si muove l’equivalente di quel mondo ideologicamente confuso ma sempre pronto a menare le mani che negli anni settanta caratterizzava il brodo di cultura dell’estremismo e della violenza politica. Solo che i suoi punti di riferimento intellettuali si sono definitivamente distaccati da ogni sia pur tenue legame con la logica e la cultura – non con la logica e la cultura di un tempo: con la logica e la cultura tout court – per divenire puro sottoprodotto dell’industria dell’odio e delle fake news.

Se questo mondo si muovesse ancora con gli strumenti e i linguaggi di allora, i Mario Tronti di oggi scriverebbero probabilmente «Ufo e Capitale» (detto con tutto il rispetto che merita un intellettuale originale e anticonformista come Tronti, sia ben chiaro).

Il fatto che i propalatori delle deliranti teorie di QAnon abbiano ricevuto legittimazione e incoraggiamento dal presidente degli Stati Uniti in persona dà la misura della gravità della situazione. Non per niente in America il fenomeno è già da tempo uscito dai margini delle sottoculture tecno-paranoidi per conquistare la scena nazionale. E adesso, ahinoi, globale.

Non dovrebbe esserci bisogno di spiegare perché in Italia una simile ondata rischia di coglierci particolarmente impreparati, considerando la formazione e il recentissimo passato di molti dei personaggi oggi ai vertici delle istituzioni e del governo. Personaggi che nella diffusione di simile materiale e nell’uso di simili metodi sono stati dei veri e propri pionieri. E non hanno dovuto nemmeno fingere di pentirsene o scusarsi di nulla, giacché a nessuno – non nei grandi mezzi di comunicazione, non tra gli intellettuali più in vista e tanto meno tra i nuovi alleati di governo – è saltato in mente di chiederlo, foss’anche una volta sola.

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