Il taglio dei parlamentari è il taglio della nostra democrazia

Se chiedessimo a un cittadino italiano «Vorresti ridurre il numero dei parlamentari?» molto probabilmente risponderebbe «Sì»; ma se gli chiedessimo: «Vorresti ridurre il tuo diritto ad avere una adeguata rappresentanza democratica facendo peggiorare il funzionamento del parlamento?» molto probabilmente la sua risposta sarebbe «No».

Ecco, in queste poche righe c’è tutto quello che c’è da sapere sul referendum in materia di riduzione dei parlamentari. Tutto il resto di questo libro serve a capire meglio e ad argomentare più compiutamente questo concetto. È vero che questo argomento, specie dopo tutto quello che abbiamo vissuto col sopraggiungere della pandemia, può, comprensibilmente, non essere considerato da molti come una priorità.

Ma in realtà è fondamentale per le conseguenze potenzialmente dannose che potrebbe avere sul nostro sistema istituzionale, politico e anche economico. Se la democrazia, infatti, è un valore condiviso, ne consegue che ridurla, alterarne le regole, comprometterne il funzionamento comporti sempre un rischio, sia quando questo accade in seguito a condizionamenti provenienti da poteri esterni, come è accaduto per anni a causa dello sciagurato utilizzo politico della giustizia, sia quando origina da atti di autolesionismo interno improntati all’ossessiva ricerca del consenso a tutti i costi o, se si vuole guardare l’altro lato della medaglia, dalla paura dell’impopolarità.

Grazie a quella che qualcuno, non a torto, definirebbe una “porcata”, cioè l’inedito (e incostituzionale?) abbinamento tra il referendum costituzionale e le elezioni amministrative (e regionali) del 20 e 21 settembre, imposto per legge da un emendamento del M5S al decreto election day, la campagna referendaria, assai scomoda per alcuni, finirà per essere seppellita sotto la sabbia bollente di una strana estate al tempo del covid. E questo impedirà a molti cittadini di poter davvero “conoscere per deliberare” dopo aver ascoltato compiutamente le “ragioni” di entrambe le parti in gara.

A questa condizione si aggiunga il fatto che tutti i partiti presenti nel nostro Parlamento, per convinzione o per convenienza, hanno scelto di schierarsi sul fronte del Sì, mentre la stragrande maggioranza dei parlamentari, anche se pubblicamente non può dirlo, considera questa “non-riforma” sbagliata e dannosa. Trovo francamente incredibile, anche solo dal punto di vista del marketing politico, il fatto che nessun partito, incluso il mio, che in fondo è quello grazie al quale è stata offerta ai cittadini l’ultima parola su questa vicenda, sembri seriamente intenzionato, almeno finché sto ancora scrivendo questo libro, a lasciare ai propri elettori libertà di voto o, più coraggiosamente, a volersi intestare la rappresentanza politica di quegli elettori, fossero anche solo il 10 per cento, che voteranno convintamente No.

Io, personalmente, invece, ed è il motivo per cui scrivo questo libro, con l’Italia che dice #iovotono a questa “non-riforma” ci voglio parlare, perché è un’Italia che sento vicina alla mia sensibilità. A quell’Italia voglio raccontare, anche sui social, la mia battaglia parlamentare, controcorrente, fatta a viso aperto, con interventi (a braccio, come forse si evince leggendo resoconti), argomenti, provocazioni, appelli e moniti, per tentare di far comprendere ai lettori il clima che c’è stato a Montecitorio su questo tema. Mi voglio rivolgere a un’Italia che, al di là delle etichette di destra e sinistra, ha consapevolezza istituzionale, spirito critico, sentimento democratico e che non cede alle lusinghe di quella propaganda antiparlamentarista che, in caso di vittoria del sì, otterrebbe finalmente il suo scopo: condurre il nostro sistema ordinamentale verso una implosione capace di indebolire il ruolo del nostro parlamento sovrano (forse in questo sono sovranista) e che ci allontanerebbe dall’idea di democrazia che abbiamo avuto fino a oggi. Come ho avuto modo di scrivere sui social, a me non stupisce la sfacciata arroganza di chi è contrario alla democrazia e vuole ridurla; stupisce la pericolosa ingenuità di chi crede di migliorarla riducendola.

Questo libro, almeno nella sua versione digitale, costa poco più di un caffè. Così come poco più di un caffè sarebbe il risparmio che ogni italiano avrebbe dall’eventuale taglio della nostra rappresentanza parlamentare in caso di vittoria del Sì. Se dunque condividete le ragioni che troverete in questo libro, anche quelle di esponenti di altre forze politiche che ho voluto inserire nel testo a testimonianza della trasversalità di questa battaglia, diffondete il verbo e impegnatevi in queste settimane, come ho fatto io in Parlamento. Fatelo in spiaggia o al bar, che forse saranno gli unici luoghi fisici in cui ci sarà consentito fare un po’ di campagna per il No, ma fatelo ancora di più con i vostri smartphone sui social, da Facebook a Twitter, o a Instagram, da WhatsApp a Telegram con l’hashtag #iovotono. Giorno dopo giorno scoprirete e scopriremo di essere sempre meno soli.

Non abbiamo un partito, non abbiamo un soldo, non abbiamo neppure un personaggio famoso dello sport o dello spettacolo che fino a oggi abbia pensato di mettere la faccia su una battaglia in difesa del voto suo e di tutti gli altri cittadini (se c’è, lo preghiamo di farsi vivo presto!). Già solo questo dovrebbe dare la cifra di quanto questa campagna referendaria sia assente dai media e di quanto interesse ci sia a fare in modo che se ne parli il meno possibile. Abbiamo solo ragione. Anzi molte buone ragioni. E da quelle dobbiamo partire. E quelle dobbiamo spiegare e diffondere il più possibile. Siamo di fronte, cari lettori, alla madre di tutte le “battaglie perse”.

Ma voglio dirvi una cosa: le battaglie giuste, specie quando molti le danno per perse, sono le più belle, le più eroiche da combattere. E sono davvero perse solo se nessuno ha il coraggio di combatterle. A questo proposito mi permetto di citare le parole di Marco Damilano, che, dalle colonne de «L’Espresso», il 28 giugno scorso, ha voluto richiamare non tanto la classe politica, quanto gli elettori ad un impegno militante su questo fronte: «Resta la possibilità – afferma Damilano, concludendo il suo editoriale – di mobilitare una società civile che non si fa prendere in giro. Serve un No al taglio dei parlamentari non per difendere l’indifendibile: il Parlamento va protetto anche dai suoi inquilini, attuali e passati, perché, altrimenti, di gioco in gioco, viene giù la democrazia.

Un No per svelare il trucco dell’antipolitica che si è fatta occupazione del potere, con i suoi cortigiani e con la protezione dei suoi fogli di riferimento, ma che vuole tenere viva la radice originaria tagliando un pezzo delle assemblee rappresentative. Il rammendo è l’opposto delle forbici. Per questo serve il No. Per ricucire». Ecco, appunto: proviamo a ricucire. La battaglia è iniziata. Voi ci siete? Buona lettura. E grazie per la vostra attenzione.

Da “Il coraggio di dire no al taglio della nostra democrazia” di Simone Baldelli, edito da Rubbettino Editore.

L’articolo Il taglio dei parlamentari è il taglio della nostra democrazia proviene da Linkiesta.it.

Apri l’articolo completo