Il taglio delle poltrone è la scemenza somma di un paese che non sa come crescere

La riforma costituzionale su cui saremo chiamati a votare il 20 settembre consiste, oggettivamente e a detta dei suoi stessi promotori, in un «taglio delle poltrone», puro e semplice. Perché a questo si è ormai ridotta la politica, come pure il giornalismo e insomma tutto quel genere di lavori, incarichi, incombenze che consentono di andare in tv senza passare da un reality show (ma la distinzione è sempre più labile, forse già anacronistica).

E se fino a qualche anno fa, ai tempi della riforma Renzi, il «taglio delle poltrone» era solo un pezzo della riforma, sia pure ingigantito dalla propaganda, trattandosi dello zuccherino che nelle intenzioni del governo avrebbe dovuto rendere popolare l’intero pacchetto, oramai è il tutto.

La poltrona, simbolo di una posizione acquisita nella società, posizione di prestigio e soprattutto comoda, è ormai l’alfa e l’omega di ogni discussione. Persino i giornalisti di Repubblica battibeccano da settimane con i lettori su quando Michele Serra o Natalia Aspesi si decideranno a mollare la loro.

Che io sappia ancora nessuno ha ingiunto di fare altrettanto a Jovanotti, Sandro Veronesi, Pierfrancesco Favino o Papa Francesco, ma forse è solo questione di tempo, perché gli argomenti sarebbero non meno validi: se i ruoli da protagonista, i premi Strega e gli stadi pieni se li accaparrano tutti loro, con tanti giovani attori, cantanti, scrittori e vescovi di talento che ci sono in giro e che non trovano spazio, come si fa?

Se ci fate caso, è un modo di pensare perfettamente coerente con la storia di un’Italia in stagnazione da oltre un quarto di secolo, talmente disabituata a un’idea di crescita e di sviluppo capace di generare più risorse, più ricchezza, più occasioni per tutti da averne perso anche il desiderio. Come se il lungo digiuno ci avesse tolto non solo l’appetito, ma persino il ricordo del cibo.

Nessuno rappresenta meglio una simile filosofia di quei tre parlamentari – due leghisti e un Cinquestelle – che avrebbero ottenuto il bonus destinato ai più bisognosi dopo avere promosso e votato, come esponenti della maggioranza gialloverde, la riforma costituzionale del «taglio delle poltrone» in nome della lotta contro la casta.

Sono lo specchio di questa Italia. Un paese in cui tutti si guardano in cagnesco, come naufraghi intenti a fare il conto delle provviste rimaste e a dividerlo per il numero delle bocche, senza che a nessuno venga più nemmeno in mente, se non per finta, se non per gioco, di provare a rimettere insieme un timone.

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