Il vero errore del Partito democratico è stato non dare continuità alle vittorie di Renzi

Non si può dire che il pensiero di Goffredo Bettini non sia chiaro. Il suo ragionamento, non infondato, consiste nel dire che il riformismo vero è quello che fa i conti con la realtà: e la realtà è che il Partito democratico da solo non può vincere le elezioni. Questa chiarezza, però, nasconde alcune incongruenze.

Una l’ha segnalata Giorgio Gori: se si afferma la desiderabilità di un sistema proporzionale perché consentirebbe ai partiti di sviluppare pienamente la propria identità, come si può contemporaneamente sostenere l’opportunità di una alleanza strategica con i Cinquestelle? Il sistema proporzionale non richiede la formazione di coalizioni preelettorali, dunque la questione delle alleanze si porrà dopo il voto.

Un’altra è questa: che cosa nasce prima e che cosa dopo, la debolezza del Partito democratico o la sua incapacità di definire una strategia autonoma, e addirittura la sua identità politica, con la conseguente attenzione alle alleanze invece che alla propria proposta (foto di Vasto, foto di Narni), che porta infine ad essere subalterni, pur essendo il partito più grande e strutturato?

La risposta di Bettini è che è stato Matteo Renzi a indebolire e a rendere antipatico il partito. Una risposta decisamente troppo superficiale per un uomo dal pensiero politico complesso. Il declino di Renzi è cominciato con la sconfitta del referendum, dopo una furiosa battaglia condotta contro di lui dall’interno del partito, senza nessun rispetto per gli elettori che lo avevano votato nelle primarie. Ovvero, senza nessun rispetto dei caratteri strutturali del Partito democratico.

In altre parole, la character assassination di Renzi lo è stata anche del Partito democratico. E lo dico non certo per difendere l’ex-segretario, il cui riformismo non era affatto astratto ma, a mio parere, semmai segnato da qualche incrinatura populista.

Scartata dunque questo troppo facile risposta, ci si deve interrogare su come e quando sia nata questa indefinitezza politica, che non può non produrre debolezza, scarsa capacità di convinzione, e quindi l’ossessione delle alleanze.

Non si può non vedere che si tratta di qualcosa che appartiene purtroppo alla genesi del partito. Non perché, come spesso si dice, risultato di una sintesi non risolta tra due diverse culture e tradizioni politiche. Invece perché nato come soluzione di ripiego e anche un po’ raffazzonata di un percorso che si stava incagliando. Il percorso era – doveva essere – quello di una evoluzione dal postcomunismo verso una forza di socialismo liberale.

Questa era la prospettiva aperta dalla svolta dell’’89. Achille Occhetto, e quelli che lo sostenevano, avevano in mente una profonda trasformazione politica e culturale, che tagliasse veramente i ponti con la cultura e le politiche del Partito comunista italiano, senza disconoscere l’importanza e la ricchezza del suo patrimonio, ma insieme senza coprirne le ambiguità.

Era la “discontinuità”, sulla quale di recente ha attirato l’attenzione Claudio Petruccioli. Questa prospettiva non si è realizzata: perché è stata tradita o perché era impossibile? Lasciamo la risposta agli storici. Comunque l’attesa evoluzione, che avrebbe dovuto produrre una forza politica del tutto nuova, in grado di occupare lo spazio grande del centrosinistra, cioè lo spazio occupato negli altri paesi dai partiti socialisti, non è avvenuta.

Ci sono stati tentativi presto abortiti, come l’Ulivo del 1996 ( la più grande occasione perduta dalla sinistra italiana). Ci sono state piccole inserzioni, come quella del Cristiano sociali, ma resta il fatto che nel sistema politico italiano, pur con tutti i suoi cambiamenti e le sue bufere, da Tangentopoli a Silvio Berlusconi, il partito uscito dalla svolta ha continuato a occupare, sia pure con risultati inferiori, lo stesso spazio prima occupato dal Partito comunista. E il Partito democratico non è mai riuscito a decollare.

Per questo la questione delle alleanze è stata sempre così centrale. Lo era per il Partito comunista, che aveva bisogno di legittimarsi. Lo è per una forza che in trent’anni (se, come credo sia corretto, datiamo dalla svolta) non è riuscita a uscire dal suo bacino originario.

Con un’unica eccezione, il 40 per cento di Renzi alle europee del 2014 che, per la sua novità, avrebbe dovuto invitare alla riflessione anziché all’euforia. È giusto a questo punto ricordare che Veltroni nel 2008 riprese la prospettiva originaria declinandola come “vocazione maggioritaria “ e rifiutando le alleanze: anche allora, però, il 33 per cento ottenuto non era in fondo altro che il massimo raggiunto dal Partito comunista.

Si poteva tuttavia continuare a lavorare in quella direzione. Ma nessuno ci ha creduto, a cominciare dallo stesso Veltroni. A questo punto, certo, il realismo appare d’obbligo. Tuttavia il realismo in politica comporta spesso anche affrontare il rischio di perdere, perché solo così si può vincere. Perché per vincere bisogna in primo luogo essere credibili, in secondo luogo essere convincenti; e un partito che segua la linea indicata da Bettini non sarà né una cosa ne l’altra.

Il Partito democratico è così inchiodato alla disperata ricerca di un innesto esterno, che appare ormai l’unico modo per uscire da quel ristretto bacino politico. Bettini, accreditato di essere il teorico personale di Zingaretti, sostiene l’alleanza strategica con i Cinquestelle per creare un campo largo di centrosinistra.

Con ciò il tema delle alleanze viene stirato sino a snaturarlo. Su che cosa si basa quest’alleanza, se non su un fondamento negativo, quello di impedire la vittoria della destra? Obiettivo condivisibile, beninteso, ma ci vorrebbe anche un fondamento positivo, una proposta politica, condividere una prospettiva. Niente di ciò è presente nel rapporto tra i dem e i Cinquestelle, che sono – dovrebbero essere – lontanissimi su tutte le questioni politiche.

In questo quadro, il partito di Zingaretti ha rinunciato a qualunque parvenza di lotta al populismo, per acconciarsi a seguire in modo subalterno l’alleato, con l’assurda speranza di essere premiato dagli elettori. Dimenticando com’è andata nel 1979, dopo la solidarietà nazionale, e nel 2013, dopo il governo Monti. Gli elettori, giustamente, presentano il conto.

Oggi il tema è l’utilizzo dei fondi europei, e non è un tema da poco. Se anche in questo il Partito democratico sarà subalterno all’alleato, rinunciando a far valere le ragioni del lavoro e della crescita per lasciare spazio libero all’assistenzialismo e allo statalismo burocratico, davvero non ci sarà ragione di votarlo. Nel Partito democratico c’è ancora una sinistra liberale, che crede nella democrazia rappresentativa e in una giustizia sociale non disconnessa dalla responsabilità e dall’impegno nel lavoro.

È ora che venga allo scoperto, non per chiedere congressi, ma per chiedere che nel partito si discuta davvero sulle diverse idee e proposte. La difficoltà dei tempi non richiede ambiguità e silenzi ma, al contrario, il coraggio delle idee. E poi verrà anche il congresso. Sperando che non sia solo un accordo sottobanco di gruppi dirigenti, ma una sfida vera, di politiche e di persone. Se non vogliamo la fine, oltre che del Partito democratico, della politica democratica in questo paese.

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