Insieme contro il populismo, una lezione per Renzi e Zingaretti

L’asse Pd-Italia viva-LeU trascina con sé Giuseppe Conte, che è uno che va dove lo porta l’interesse più che il cuore, e mette in angolo il Movimento 5 stelle acuendone le contraddizioni, come la sinistra diceva della Democrazia cristiana decenni fa.

È un fatto aritmetico, ed è un fatto politico. Strano non ci si abbia pensato prima, complice il muro d’odio che divide il partito di Zingaretti da quello di Renzi, che ha ingoiato ridicole discussioni sul Mes e le tuttora vigenti leggi salviniane sulla sicurezza.

È questa la lezione del decreto Rilancio, anzi, nello specifico, della norma sulla regolarizzazione (parziale) di immigrati, colf, baby sitter e badanti voluta fortemente dalla ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova (Iv), spalleggiata dal ministro per il Sud Peppe Provenzano (Pd).

È una ricetta che dimostra che la golden share del governo non è per fortuna nelle mani del reggente del Movimento 5 Stelle Vito Crimi e nemmeno in quelle del ministro degli Esteri Luigi Di Maio – i quali a loro volta non s’intendono fra loro -, e che il presidente del Consiglio non segue supinamente il partito che pure lo ha messo sulla poltrona di palazzo Chigi per ben due volte, ma è pronto a coprire con destrezza quella che potremmo definire “la maggioranza della maggioranza” (tre partiti su quattro).

Il risultato, che pur essendo parziale è meglio di niente, non era scontato. Per due giorni i grillini, pur divisi al loro interno, hanno fatto ballare il governo. Pare che Conte fosse disperato, ma lo ha salvato una fermezza non abituale del Partito democratico nella quale ha pesato l’asse “di sinistra” Orlando-Provenzano. Il primo aveva pubblicamente accusato i grillini di bloccare l’attesissimo decreto Rilancio. Mentre pendevano sempre le dimissioni di Bellanova, il Partito democratico ha tenuto, e Conte si è tranquillizzato.

Nella vicenda sono dunque serviti alcuni ingredienti che i democratici e Italia viva farebbero bene ad annotare per il futuro.

Il primo di questi ingredienti sta ovviamente nella forza della proposta. Regolarizzare chi lavora in Italia è giusto e addirittura doveroso in una situazione d’emergenza come questa. Resta increscioso il fatto che si sia dovuto lottare due settimane ma bisognava vincere la resistenza dei sovranisti di governo, cioè i Cinque stelle.

Il secondo ingrediente è che il Partito democratico non deve vivere ogni proposta di Renzi come una mossa propagandistica, un piantare bandierine, una rottura di scatole. Magari qualche volta ci può essere qualcosa di buono.

Il terzo ingrediente è che da parte sua Renzi farebbe bene a non elevare canti apocalittici come premessa per incendiare tutto. Bene che siano i ministri e i dirigenti di Italia viva a condurre in prima persona le battaglie senza che esse assumano valenza di vita o di morte.

Il quarto ingrediente, che anzi è il risultato della ricetta, sta nel (tardivo) realismo di Di Maio che di fronte alla sua condizione di minoranza è stato costretto a un certo punto a mettersi a cuccia.

Visto che il Partito democratico continua a dire che questo governo non è il massimo ma che alternative non si vedono, almeno questa lezione la può mettere a frutto: ci può anche essere un modo combattivo e intelligente di stare in una coalizione senza sentirsi in obbligo di sbattere i tacchi e dire signorsì.

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