La crociata di Di Battista per riprendersi i Cinquestelle (persino con qualche argomento valido)

Si prendono a pesci in faccia: ma faranno sul serio o è l’ennesima pantomima? Il Don Chisciotte e il Sancho Panza del Movimento di certo non erano mai arrivati a tanto. Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio, un tempo l’alfa e l’omega del grillismo, l’un contro l’altro armati, come avviene in quei processi per delitto nei quali un imputato accusa l’altro sperando di finire entrambi assolti.

Siamo per ora all’atto più drammatico della storia pentastellata, a neanche due settimane dalla botta delle Regionali che sta squassando il più grande partito in Parlamento.

Con il coraggio che gli è proprio, Giuseppe Conte, che si è trovato catapultato a Palazzo Chigi proprio grazie al Movimento, se ne sta alla larga dalla disputa dentro quello che è moralmente il suo partito, magari accarezzando l’idea che ultimata la distruzione di questo da parte dei due dioscuri possa arraffarne le spoglie, cucinandole e impiattandole con un certo stile alla tavola del potere assieme a Zingaretti e Bersani.

Però fossimo in lui non saremmo particolarmente contenti dell’andazzo grillino, ulteriore elemento di agitazione nella maggioranza, e temeremmo la inespressa ma reale minaccia dibattistiana di una scissione in odio al Partito democratico e dunque amichevolmente disposta verso i vecchi amici della destra: che succederebbe se Alessandro-Don Chisciotte decidesse di muovere contro i mulini a vento ispirando una pur piccola diaspora parlamentare?

Certo, può anche benissimo darsi che quest’ultimo duello (il terzo o quarto dall’inizio dell’anno) fra i due ex gioielli del vivaio di Beppe Grillo sia solo una buffonata, un gioco delle parti, una messinscena per recuperare, grazie all’intemerata di Dibba, un po’ di attenzione da parte di quegli elettori che hanno abbandonato il grillismo in doppiopetto sperando in un ritorno di Alessandro, il descamisado dei due mondi, svegliatosi all’improvviso e constatando con gli occhioni sbarrati che il Movimento rischia di «finire come l’Udeur». Accidenti che acume.

Naturalmente, Dibba è anch’egli un uomo di potere, nessuno creda a quell’aria da santone in giro per il mondo non si è mai capito bene a fare che, e anzi è probabile che dietro l’aria da duro e puro da avanguardista della prima ora si celi un piano per conquistare l’ex Movimento: pura battaglia politica, dunque, altro che ideali.

Dal suo punto di vista, egocentrico e allucinato, Di Battista ha anche qualche ragione: l’accusa al Movimento cinque stelle di governo e non più di lotta fotografa la realtà di un partito affamato di potere, chiuso in se stesso, diviso in clan, privo di un reale messaggio politico.

Difficile negare infatti che i Cinquestelle diventati partito di governo, prima con la destra e poi con la sinistra con un’operazione da far impallidire Agostino Depretis, abbiano smarrito la funzione “rivoluzionaria” per rivestire i più comodi panni di un partito acchiappa-poltrone (dall’Eni, sotto l’occhio vigile di Marco Travaglio, alla Rai, all’Inps), una volta divenuto un pattuglione di deputati-senatori-ministri-sottosegretari a caccia della propria permanenza/rielezione, con tanti saluti alle scatolette di tonno, ai vaffa e al no-tutto.

Non ha ormai nulla del Movimento delle origini (che beninteso era un pericolo per la democrazia) ma dopo non ha più avuto nulla da dire, ed è per questo che ogni volta perde voti.

Il paragone-anatema di Dibba – «finirà come l’Udeur» – è abbastanza calzante, anche se Luigi Di Maio a Clemente Mastella gli allaccia le scarpe. L’Udeur era un piccolo partito che sedeva a tutti i tavoli politici e di potere senza esprimere una particolare visione del mondo e memorabili progetti politici.

«Finire come l’Udeur» significa prevedere un Movimento molto ridotto nei numeri e bramoso solo di partecipare al banchetto del potere, un esito sorprendente e penoso per chi voleva cambiare la politica e incarnare seppure con modalità a-democratiche reali domande di rinnovamento della politica.

E invece Di Maio, Crimi, Taverna, Raggi, Toninelli, Fico, hanno preso il Movimento cinque stelle e ne hanno fatto la testa d’ariete per costruire e consolidare il proprio potere personale e di clan. Si sono presi tutto quello che potevano prendere. Alessandro Di Battista è stato tagliato fuori dalla grande abbuffata perché ha fatto il furbo fingendo di andare a salvare il mondo in attesa di tornare ricco e spietato come il Conte di Montecristo.

Ma non gli danno spazio. E per questo oggi ruggisce, e persino con qualche argomento valido. Pur nell’ambito di una degenerazione intellettuale e politica che ha pochi precedenti nella storia d’Italia.

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