La sinistra europea adesso guarda al centro, mentre il Pd flirta ancora con il populismo

Lunedì scorso il partito socialdemocratico tedesco ha annunciato la candidatura di Olaf Scholz come successore di Angela Merkel alle elezioni del prossimo autunno. Una decisione che traccia un trend per i partiti di centrosinistra europei: dopo una stagione di svolta socialista, mai realmente riuscita, adesso si guarda al centro.

L’attuale ministro delle Finanze e vicecancelliere tedesco Scholz non è del tutto allineato con l’ala più radicale del partito, quella che aveva conquistato la segreteria dopo le primarie dello scorso anno. L’investitura di Scholz entra così in scia della decisione presa lo scorso aprile dal Partito laburista britannico, che aveva eletto Keir Starmer nuovo leader.

Starmer non viene dipinto come un centrista, ma è più moderato rispetto al recente passato del Labour, e ha rappresentato la fine di un’epoca di sconfitte elettorali, per quanto precedute da campagne elettorali che avevano galvanizzato la base, guidata da Jeremy Corbyn.

Ci sarebbe anche il candidato alla Casa Bianca Joe Biden: al di là delle sue posizioni, comunque progressiste rispetto agli standard del Partito democratico statunitense, non era di certo l’offerta più radicale per gli elettori, che avrebbero potuto scegliere Bernie Sanders.

Se la sinistra europea sta lentamente cambiando pelle, il Partito democratico italiano sembra ancora distante da questo schema. Anzi, va nella direzione opposta: guarda prevalentemente a sinistra, mentre più al centro ci sono i fuoriusciti del partito.

L’europarlamentare del Partito democratico Pierfrancesco Majorino, però, non la definisce una svolta a sinistra: «Con Zingaretti c’è attenzione ai temi fondanti del Partito democratico, quindi possiamo dire che è un “ritorno” a sinistra. Oppure se vogliamo possiamo dire che non c’è più la svolta a destra della precedente segreteria».

Oltretutto lo stesso Majorino è uno di quelli che all’interno del partito vorrebbe spingere ancor di più l’acceleratore su alcuni temi: «Almeno inizia a esserci un’attenzione alla questione sociale che prima non c’era. Per anni abbiamo rimosso il tema alla precarietà, alla povertà e alle disuguaglianze. Poi penso ad esempio ai decreti sicurezza, su cui secondo me c’è ancora troppa timidezza. Ma questo va affrontato a livello di governo, non di partito».

Proprio la convivenza nell’esecutivo con il Movimento cinque stelle potrebbe aver spinto i dem su posizioni meno moderate, meno centriste. Lo dice a Linkiesta il politologo della Luiss Lorenzo Castellani: «Il cambiamento che c’è stato con la segreteria di Zingaretti è stato possibile anche grazie all’intesa con il Movimento cinque stelle, un partito populista che però ha nell’assistenzialismo uno dei suoi capisaldi».

D’altronde l’operato del governo giallorosso potrebbe essere inquadrato in un approccio che ricalca quello di una sinistra conservatrice, per le misure di previdenza sociale e le proposte a tutela dei ceti medio-bassi o dell’impiego pubblico.

«Di sicuro il Movimento cinque stelle sta influenzando il Partito democratico, almeno su alcuni temi. Si pensi al caso Autostrade: con un governo monocolore dei dem sarebbe stato difficile immaginare un’operazione di questo tipo, con l’intervento di Cassa depositi e prestiti, la ricerca di una rinazionalizzazione. Allo stesso modo non sembra ci sia alcuna intenzione di intaccare le misure più di sinistra del precedente esecutivo, penso a “quota 100” e reddito di cittadinanza», dice Castellani.

La posizione del Partito democratico è figlia anche di un contesto che “spinge” i dem da quel lato del quadro politico. «Al di là della semplice legge elettorale, il sistema italiano in questa fase tende al proporzionalismo, quindi alla frammentazione in gruppi più piccoli. In questo scenario all’attuale Partito democratico non conviene più darsi l’aria da grande partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria, ma tenderà a rimanere sul suo bacino di voti, su quello zoccolo duro che non scende mai sotto una certa soglia, che oggi possiamo quantificare intorno al 20%,  e che lo può portare sempre e comunque al governo in un’alleanza parlamentare», dice Castellani.

È quello zoccolo duro – insieme a un sistema che consente di creare alleanze di qualsiasi tipo – che mantiene il Partito democratico a sinistra, che non lo porta a sostanzialmente il motivo che crea separazione tra il Labour, la Spd, il Partito democratico statunitense, e il Nazareno. «La sinistra socialista – dice ancora Castellani – ha fallito perché in quel segmento elettorale una destra come quella di Boris Johnson, tanto per fare un esempio, pesca meglio dal momento che a parità di temi sociali parla anche di sicurezza, immigrazione o riduzione delle tasse, che sono argomenti molto sentiti dalla popolazione in questa fase. Mentre il Partito democratico, può contare su un nucleo di elettori sufficiente a garantirne la sopravvivenza. Anche se questo significa probabilmente non crescere mai più di tanto».

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