La stanca liturgia degli Stati generali di Conte, più simile al Papa che al capo di un esecutivo

La solenne liturgia celebrata in questi giorni di effimero ottimismo dal Presidente del Consiglio assume sempre di più i contorni della visita ad limina, l’antica consuetudine della Chiesa Cattolica di convocare periodicamente i vescovi in Vaticano per rendere conto riservatamente al Papa del proprio operato pastorale, recepirne le indicazioni e tornare poi nella propria diocesi arricchiti dal prestigio dell’incontro e diffonderne il verbo infallibile.

Nella cornice altrettanto fastosa di Villa Doria Pamphilj si stanno avvicendando i rappresentanti delle categorie produttive, i dirigenti sindacali e vari attori dell’economia italiana.

Ammesso secondo un rigido protocollo a baciare la pantofola o a fingere di morderla, ossequiente alla regola della mascherina mentre alla stampa viene imposta la mordacchia, ciascun invitato sta esponendo, tra palese ossequio e ambigui caveat, le proprie richieste, che in molti casi non riguardano solo l’operatività degli attori economici ma l’esplicita intenzione di ridisegnare l’assetto e il destino del Paese, sconfinando nel terreno proprio della politica e in cui gli unici titolati a ciò sono i rappresentanti eletti dai cittadini.

La storia ci ricorda che nel 1789 i rappresentanti agli Stati Generali, retaggio di una concessione feudale che “limitasse” il sovrano, furono espressi su base elettiva.

Nel 1789 vi parteciparono in tutto 1139 membri eletti dai diversi Stati: 291 rappresentanti per il Primo Stato (il Clero), 270 per il Secondo Stato (l’Aristocrazia) ed altri 578 per il Terzo Stato (la popolazione urbana e rurale).

Ciascuno stato si riuniva in camere separate ed esprimeva un voto univoco. È evidente come Clero e Aristocrazia prevalessero sempre rispetto al Terzo Stato e costituissero per il sovrano una parvenza di ulteriore legittimità, gabbando di fatto la rappresentanza del popolo.

La vera rivoluzione maturò allorché vennero richiesti l’aumento dei rappresentanti popolari, il voto “per testa” e a camere riunite. A seguito dell’accoglimento solo della prima istanza – che di fatto non modificava nulla – il Terzo Stato si autoproclamò Assemblea Nazionale, decretando la fine degli Stati Generali. Il seguito è noto.

Lasciamo la Sala della Pallacorda per tornare nelle stanze dorate della Sede di Rappresentanza del Governo italiano dove tra giardini monumentali e sale affrescate si sta svolgendo la già evocata visita ad limina.

Ci si chiede quale sarà e come verrà utilizzato il frutto di tale intensa e fastosa convocazione la cui portata celebrativa renderebbe necessario che anziché da un portavoce che ne amplifica il verbo, il Presidente del Consiglio venisse affiancato da un incaricato che, come era costume nella Roma repubblicana, gli ripetesse all’orecchio, ad intervalli regolari la frase «Hominem te esse memento» (in latino: ricordati che sei solo un uomo) per evitare che nella gloria del momento e con l’inevitabile esaltazione del proprio ruolo, il festeggiato si montasse la testa.

Altri tempi, altra tempra di uomini e di costumi, medesima preoccupazione.

L’interrogativo è pressante: quale rapporto legherà gli esiti degli Stati Generali in salsa barocca con il Piano Colao dal gusto british? I primi serviranno ad avallare il secondo o viceversa?

Il risultato sul piatto sarà l’epifania di una cucina fusion o avrà il sapore casereccio di un pasticcio di porchetta, realizzato con l’italianissima abilità di conciliare ingredienti nostrani anche contrastanti? Dove e quando si porrà il problema di digerire tutto quanto e a chi toccherà farlo?

The answer, my friend, is blowin’ in the wind! O almeno tale rischia di essere al momento, anche a motivo dell’esclusione della stampa da lavori “a porte chiuse” che in altri tempi sarebbero stati pretesi in collegamento streaming proprio dal principale azionista del governo di oggi, e di ieri. Ma, si sa, «Tempora mutantur, nos et mutamur in illis» e mai come oggi i seccatori sono apparsi sgraditi sulla Via Sacra.

La kermesse (letteralmente, festa del patrono in olandese) durerà 10 giorni, tra mascherine chirurgiche multicolore esibite in favore di camera e veline clandestine passate di mano in mano sino a raggiungere e a superare la cancellata della Villa.

Scampoli di un’informazione dovuta al Paese che attende con ansia di conoscere il decreto finale circa il proprio destino e che preferirebbe sul medesimo un dibattito trasparente nelle aule parlamentari che certamente ci sarà, ma opportunamente contingentato e, al momento opportuno, blindato.

L’opposizione, pur formalmente invitata, ha preferito astenersi dal partecipare per lasciarsi le mani libere, come si suole dire, chiamandosi fuori per poter riempire le piazze a tempo debito, cavalcando una protesta in stile populista probabilmente sterile e che presterà il fianco alla critica scontata, riservata sempre agli assenti.

Insomma, l’interrogativo finale è tale da far tremare le vene ai polsi: quale visione dell’Italia verrà fuori da Villa Doria Pamphilj in grado di guidare un processo di cambiamento senza precedenti nella storia repubblicana?

«Solo in un quadro di libertà democratiche, di libero confronto, aperto al dialogo e a spazi di collaborazione, può crescere una società sana Tra i diritti della maggioranza quello di usare il potere che l’elettorato le ha dato. Tra quelli dell’opposizione il recitare il suo compito di controllo, critica e proposta in un quadro parlamentare reso vitale dall’esercizio della libertà di opinione e da un sano pluralismo dell’informazione, giornalistica e radiotelevisiva. Non meno essenziali sono al sistema democratico le garanzie offerte da una magistratura indipendente». Così Carlo Azeglio Ciampi, Presidente della Repubblica Italiana dal 1999 al 2006.Se, alla fine, la montagna dovesse partorire il topolino, è pensabile che sul Colle più alto si esaurisca quella sofferta pazienza che finora, a tutela da rischi maggiori, è stata l’unica protezione rispetto al baratro sulla cui soglia il Paese si trova, con la beffarda prospettiva di annegarvi sul fondo, travolto da un fiume di finanziamenti europei.

«Vasto programma!» risponderebbe anche oggi Charles De Gaulle, similmente a quando, come si narra, si rivolse a chi gli chiedeva di eliminare almeno gli sciocchi e gli incompetenti.

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