La strategia di spaccare il M5s mostra una seria controindicazione: potrebbe riuscire

Il Partito democratico sa bene che il cammino dell’alleato timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità e dai capricci dei partner di governo. Ma forse non ha capito da dove provenga la minaccia principale, tra le molte insidie che già costellano il percorso, non bastasse il nuovo casino su Autostrade o l’ennesimo rinvio delle modifiche ai decreti sicurezza, con la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, a precisare che se ne riparlerà a settembre (cioè dopo l’estate, che sarebbe il momento in cui effettivamente la questione degli sbarchi si fa più impellente, per ovvie ragioni meteorologiche). 

Rinvio reso peraltro ancora più insostenibile dopo il pronunciamento della Consulta. Per non dire del continuo gioco delle tre carte sul Mes, e praticamente su tutto il resto, da parte del presidente del Consiglio.

Da anni impegnati a spiegarci come un graduale e sapiente avvicinamento dei grillini al centrosinistra porterà a una maturazione, a un chiarimento, e verosimilmente a una scissione nel Movimento 5 stelle, i molto pazienti tessitori di una tale strategia – sottoposta ormai da otto mesi alla prova dei fatti, ai quali si è dimostrata finora piuttosto impermeabile – non sembrano avere preso in considerazione lo scenario peggiore, per quanto inverosimile possa effettivamente apparire a prima vista. 

E cioè che la loro strategia si realizzi, che le loro previsioni si rivelino azzeccate e che la lunga coabitazione di governo produca infine quel chiarimento e quella scissione dal Pd tanto a lungo agognati. 

Evento che avrebbe come conseguenza immediata l’apparizione in entrambe le camere di una maggioranza gialloverde praticamente già pronta per mandare Matteo Salvini a Palazzo Chigi, non appena l’interessato capirà che l’unico modo di impedirlo è continuare a parlare di spallate ed elezioni anticipate. 

All’indomani del tanto atteso chiarimento politico interno ai cinquestelle, e della conseguente spaccatura, è infatti inevitabile che una bella fetta dei loro parlamentari se ne tornino a finire la legislatura là dove l’avevano cominciata: accanto a Salvini. 

Il quale potrà perdere (forse) qualche inflessibile europeista liberale ancora annidato in Forza Italia, ma certo non faticherà a compensare la perdita con Fratelli d’Italia. Il risultato sarebbe una maggioranza non solo numericamente schiacciante, ma anche, per essere onesti, assai compatta e coerente, unita da una comune visione del mondo e da un lessico condiviso, quello del populismo antipolitico, antieuropeista e antiscientifico che la propaganda salviniana ha copiato pari pari dal modello della Casaleggio Associati, e che la Meloni ha copiato a sua volta dalla Lega. 

E ora pensate per un momento, in questo scenario, all’opposizione. Ai resti di Pd, Leu, Italia viva, più ex cinquestelle di rito fichiano, o contiano, o quel che volete voi. Cosa potrebbero dire, a quel punto, contro le politiche del governo Salvini? Cosa potrebbero dire contro i decreti sicurezza che per quasi un anno si sono dimenticati di cancellare, contro quota cento e tutte le altre misure demagogiche che nel frattempo hanno scrupolosamente confermato, contro i guasti di un programma politico da ognuno di loro, di fatto, accettato e controfirmato?

Dunque Salvini, in questo Parlamento, non avrebbe solo una maggioranza schiacciante, ma anche un’opposizione ridotta al silenzio. Opposizione che, per non finire in un simile vicolo cieco, avrebbe evidentemente una sola strada: pensarci prima. Cioè adesso.

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