La supplica del Papa e l’incoraggiamento di Mattarella, nell’Italia in balìa della tempesta

Il Cristo miracoloso nella fredda sera romana con Papa Francesco che pronuncia le parole più drammatiche della sua vita davanti all’enorme vuoto di piazza San Pietro è l’immagine più terribile di una giornata terribile – il macabro record di morti in un giorno solo, 969, l’improvviso terrore di perdere la corsa contro il tempo. Quello di Bergoglio che sembra portare sulle spalle il peso di una supplica estrema mentre il mondo è «in balìa della tempesta» è l’emblematico segno della debolezza dell’uomo, ed è una benedizione che non tocca solo i credenti.

Ma subito dopo ecco in tv il volto tiratissimo di Sergio Mattarella in un videomessaggio anch’esso drammatico, come se il Capo dello Stato avesse sentito l’urgenza di un momento particolarmente difficile e avesse voluto riprendere il ruolo di leader morale del Paese, e sono state parole in incoraggiamento – le misure stanno funzionando – e di dura critica all’Europa che non sa decidere («Sono indispensabili ulteriori iniziative comuni superando vecchi schemi fuori dalla realtà»), nonché di sprone alla politica affinché agisca unitariamente e «tempestivamente».

È infatti la paura adesso a scendere sull’Italia, non più la vecchia paura di beccarsi il maledetto virus ma una paura nuova, quella di non farcela, di essere battuti da una realtà che si dimostra più veloce dello Stato, dei decreti, delle ordinanze, del governo, del Parlamento. È il “fattore T”, come Tempo, il nuovo attore di una guerra guerreggiata nella quale è vietato arretrare ma non si capisce ancora come avanzare. Nella grande palude, lo Stato arranca, o almeno questa è l’impressione di molti cittadini, il cui morale precipita all’ombra delle notizie cattive e anche di fronte alla assenza di risultati veri, di aiuti concreti. Il governo nelle ultime ore ha sentito montare un clima brutto, avvisaglie di nervosismo di massa che salgono dai vicoli di Napoli, da certe contrade meridionali, da Palermo dove si dà l’assalto ai supermercati, unite alla disperazione lombarda e all’angoscia di tutto il Nord. Per questo l’indicazione è di fare presto. 

La pressione sulle banche è fortissima, mentre si tenta di sburocratizzare le procedure per far sì che i soldi già stanziati arrivino rapidamente alle persone e alle imprese. Si è capito che non ci sono un “prima” e un “dopo”, prima la guerra al Covid19 e dopo la ricostruzione economica, i due piani si intersecano complicando il lavoro del governo. Anche questo ha detto Mattarella. Ma è inevitabile accelerare tutto, preparare nel giro di qualche giorno il famoso “decreto aprile” che dovrebbe portare a un ulteriore stanziamento ben oltre i 30 miliardi di cui si è scritto nei giorni scorsi e che conterrà nuove misure in aiuto dei lavoratori autonomi e non solo. Il punto politico è che Giuseppe Conte vuole evitare nuovi fronti polemici con l’opposizione e punta dunque a acquisire subito il sì al nuovo decreto in pratica scrivendolo insieme.

C’è già stata una prima riunione, presenti fra gli altri il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e il leghista Alberto Bagnai. I contatti e le riunioni saranno continue. L’emergenza spinge a un embrione di unità nazionale, come nelle fasi cruciali di una guerra. Mentre da fuori Matteo Salvini continua a fare il bello e soprattutto il cattivo tempo, tornando a sparare sull’Europa con toni d’altri tempi, al tavolo “unitario” i suoi sono apparsi più costruttivi. Ma bisogna fare presto, prima che il “fattore T” l’abbia vinta su un Paese che non si piega ma è già provatissimo.

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