L’Azione parallela di Conte e i comitati per complicare la lotta al coronavirus

L’Azione parallela di Giuseppe Conte somiglia molto a quella del gran romanzo di Robert Musil. Nel vertiginoso labirinto de “L’uomo senza qualità” è centrale una feroce e grottesca critica al vecchio Stato asburgico – la Cacania, cioè l’Austria -, ai suoi dirigenti, ai suoi riti, ai suoi barocchismi:  pochi come Musil sapranno rappresentare l’urto catastrofico fra la tradizione e la modernità, la morte della prima e lo “scandalo” della seconda. 

Rileggendo un capitolo dell’enorme libro si scorge il profilo dell’Italia “contiana” di questi giorni, infarcita di comitati, gruppi e task force. Si tratta del capitolo “I comitati dell’Azione parallela lavorano alacremente” (L’uomo senza qualità, vol I, pagg. 215-218, Einaudi):

«Di settimana in settimana quei comitati facevano tali progressi, che era un piacere. Com’era stato deciso nella seduta inaugurale, avevano diviso il mondo in tante sezioni, dai grandi punti di vista della religione, dell’istruzione, del commercio, dell’agricoltura e via discorrendo, e d’ogni comitato faceva parte un rappresentante del ministero relativo; e i comitati tutti si dedicavano al loro compito di ricevere, ciascuno di concerto con tuttti gli altri, i rappresentati del popolo e della corporazioni per accoglierne i desideri, i suggerimenti e e le richieste, e inoltrarle al comitato centrale. In questo modo si sperava di far affluire al comitato centrale le principali forze morali del Paese, coordinate e riepilogate, e si aveva già la soddisfazione di vedere aumentato il traffico epistolare». 

Ecco perciò il “comitato centrale” ricolmo di missive di tutti i tipi, assordato di parole e inondato di proposte da vagliare secondo un iter che qui rasenta Kafka: «La pratica, in cui la proposta si era ormai trasformata, veniva quindi inoltrata al dicastero di sua spettanza, e di là tornava indietro con l’annotazione che l’ufficio non si riteneva competente a prendere una decisione da solo, dopo di che il conte Leinsdorf si prendeva nota di proporre in una delle prossime sedute del comitato centrale che fosse costituita una sottocomissione interministeriale e di studiare il problema». 

Così facendo, sostanzialmente rinviando, il conte (non Giuseppe ma Leinsdorf) inevitabilmente complica ulteriormente la situazione. Per questo, a molte di queste pratiche veniva apposta la dicitura “procr.”, cioè “da procrastinare”,  tanto che – scrive Musil – «la procrastinazione è una formula fondamentale dell’edificio della nostra vita»: e non c’è forse qui una massima di folgorante attualità? Non si sta infatti procrastinando un po’ troppo, qui e ora, nell’Italia del Covid19? Non si stanno affastellando centri decisionali o para-decisionali in stile Cacania?

Ci si sta sbizzarrendo a contare le mitiche task force (che forse bisognerebbe ribattezzare “task forse”) e il numero di persone che ne fanno parte. Il nostro elenco è nutrito, e non è detto che sia completo.

1) Task force Fase 2 (Colao)   17 membri

2) Comitato operativo Protezione civile (Borrelli)   21 componenti 

3) Comitato tecnico scientifico  (Brusaferro e altri)   13 componenti

4) Task force per l’emergenza   (Arcuri)   39 componenti 

5) Task force scuola   (Azzolina)   numero imprecisato

6) Task force “data drive”    (Pisano)   74 componenti

7) Task force “Donne per un nuovo Rinascimento” (Bonetti)   13 componenti

È chiaro che che questo ginepraio musiliano finisce per essere una Babele. Forse si sta esagerando: di complessità si può morire. Ecco perché non vorremmo che tutto si concludesse come il nostro capitolo de “L’uomo senza qualità”: «Purtroppo queste proposte individuali dobbiamo metterle agli atti, se no non si arriva ad alcun risultato».

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