Le allegre manovre del direttore del Fatto per mettere le sue manette su Eni e Cinquestelle

Nell’ubriacatura contiana del numero di ieri del Fatto quotidiano, che a paragone la Pravda su Breznev era un giornale distaccato, c’è un certo risalto in prima pagina per la pesante richiesta di condanna (8 anni) formulata dai pm milanesi a carico dell’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi e  altrettanti per Paolo Scaroni, suo predecessore.

L’indagine, com’è noto, riguarda il reato di corruzione internazionale a proposito a una presunta tangente da 1 miliardo e 92 milioni di dollari versata dalle due compagnie petrolifere ai politici del Paese africano. «Eni considera prive di qualsiasi fondamento le richieste di condanna avanzate dal Pubblico Ministero nell’ambito del processo Nigeria ai danni della società, dei suoi attuale ed ex Amministratori delegati, e dei manager coinvolti nel procedimento», ha scritto da parte sua in una nota la società.

Non ci sono scoop particolari nell’articolo di Gianni Barbacetto, solitamente ben informato, come il suo direttore, di cosa bolle in pentola nelle Procure. Invece a Linkiesta risulta la notizia di un forte protagonismo – diciamo così – di Marco Travaglio su ciò che è avvenuto e potrebbe avvenire all’Eni.

Un “indizio” di questo interesse era già emerso qualche mese fa, quando nella gran partita delle nomine pubbliche, la professoressa Lucia Calvosa, già componente del consiglio di amministrazione della società editrice del Fatto, era stata nominata dal governo presidente dell’Eni. Ne era sorta una violenta polemica, con il direttore del Riformista Piero Sansonetti che scriveva: «Travaglio in confronto a Berlusconi è stato molto più bravo, dare la scalata all’Eni è una cosa complessa». Contro Descalzi era partito da tempo un furibondo attacco da parte di Alessandro Di Battista e del Fatto ma l’amministratore delegato era riuscito a mantenere la sua posizione forte dei risultati di questi anni.

Ora, secondo quanto abbiamo appreso, una decina di giorni fa Travaglio avrebbe chiesto e ottenuto un colloquio con Giuseppe Conte a Palazzo Chigi: i rapporti fra i due sono diventati così stretti che il presidente del Consiglio non ha esitato a ricevere subito il giornalista nel suo studio.

Travaglio avrebbe rivelato a Conte, ben prima della richiesta di condanna dei ok milanesi, che Descalzi tra settembre e dicembre sarà condannato e che pertanto occorre immediatamente pensare alla sua sostituzione (poco importa al direttore del Fatto che sarebbe una condanna in primo grado).

Il nome da lui suggerito? Quello di Flavio Cattaneo, attuale amministratore delegato di Terna, veterano di cento battaglie aziendali e per ragioni familiari anche amico della presidente Eni in quota Fatto. Addirittura, ma questo non siamo in grado di confermarlo, lo stesso Cattaneo sarebbe stato fisicamente presente all’incontro Travaglio-Conte. Curiosamente, il nome del manager milanese, come riferito dal Foglio, era stato ventilato nei giorni scorsi da Matteo Salvini per la carica di sindaco di Roma. Per completezza, ieri il giornalista Paolo Madron, su Twitter, ha scritto che «n caso di futura condanna, Conte ha già deciso il sostituto di Claudio Descalzi alla guida di Eni: Flavio Cattaneo».

Ricapitolando, secondo queste informazioni, il direttore del Fatto quotidiano sarebbe ormai uno dei grandi king maker delle scelte del governo, uno dei consiglieri del Principe-avvocato, sempre in possesso di “notizie” legate a vicende giudiziarie peraltro ancora aperte e assai lesto nell’utilizzarle.

La clamorosa entratura di Travaglio nella stanza dei bottoni fa obiettivamente del Fatto un centro importante di potere come poche volte è accaduto in Italia, dove semmai il problema è dato dal potere esercitato dalle aziende sui giornali e non viceversa; senza contare che finora si era data l’idea di un quotidiano dalla parte dei cittadini e della trasparenza, non dei manager, degli incontri riservati e di conflitti d’interesse.

Né si capirebbe inoltre a quale titolo e con quali competenze specifiche Travaglio sia in grado di indicare nomi per fondamentali incarichi pubblici e soprattutto perché il capo del governo italiano dovrebbe fidarsi del gradimento, riservato e non stampato pubblicamente sul quotidiano, di un direttore di giornale.

Sembra di intuire che Travaglio stia assumendo a quella funzione “dirigente” che è stata finora appannaggio della Casaleggio Associati, in un rimescolamento dei giochi di potere dentro il movimento, con l’ala radicale alla Di Battista che sotto la regia di Travaglio diventa improvvisamente contiana, e che potrebbe fare del M5S un gruppo politico molto diverso dall’era dell’uno vale uno e della contestazione del sistema. E drammaticamente simile a quelli dei partiti di potere sudamericani.

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