Le cinque ragioni per il sì al referendum, confutate una per una

Si può votare sì al referendum per la riduzione del numero dei parlamentari con il proposito riformista di avviare quel cambiamento costituzionale che i progetti organici di revisione della Carta fondamentale non sono mai riusciti a portare a termine, da più di un quarto di secolo a questa parte?

Secondo l’onorevole Stefano Ceccanti sì, si può. Sul Foglio, tribuna non sospettabile di cieca connivenza con il populismo antiparlamentare, ha scandito in un pentalogo il sì al referendum del 21 settembre.

Nelle sue argomentazioni non c’è alcuna traccia di una volontà punitiva nei confronti della “Casta”, non ci sono i triviali argomenti sui risparmi (risibili) o altre piacevolezze di una stagione in cui i Parlamenti dovevano essere aperti come scatolette di tonno: vale dunque la pena prendere in seria considerazione tutti e cinque i punti esposti nel pentalogo. Li presenterò dunque in forma abbreviata, per dedicare poi a ciascun punto un breve commento critico.

1. Ceccanti scrive: sono decenni che si discute di riduzione del numero dei parlamentari. I 945 parlamentari, che fanno tutti lo stesso lavoro (a cui si sono aggiunti consiglieri regionali e parlamentari europei, a tacer d’altro) «sono un’evidente anomalia quantitativa rispetto alle democrazie di uguale dimensione di scala».

Rispondo: in primo luogo, in rapporto alla popolazione, il numero dei parlamentari non è affatto un’evidente anomalia (e con la riforma, la Camera bassa sarebbe addirittura l’ultima in Europa, per numero di parlamentari ogni 100.000 abitanti). In secondo luogo, i numeri vanno sempre considerati in rapporto alla funzione. Ora, Ceccanti lamenta il fatto che gli attuali deputati e senatori fanno tutti lo stesso lavoro: perciò sono troppi. Ma, in buona logica, se riducendo il numero non sono più troppi in rapporto alla medesima funzione (uguale per tutti), allora non sto facendo per nulla un passo nella direzione auspicata – che pure Ceccanti auspica, intendo – di un bicameralismo differenziato.

Si può anzi sostenere che, essendo il numero ridotto, non c’è più motivo né spazio né urgenza per procedere alla differenziazione funzionale delle Camere. Insomma: se l’obiettivo è il bicameralismo differenziato, non si capisce perché la riduzione del numero dei parlamentari lo avvicinerebbe.

2. Ceccanti scrive: «Dove sta il più sta anche il meno. Se si è favorevoli alla riduzione dei parlamentari in combinato disposto con il superamento del bicameralismo ripetitivo, non si vede perché si debba essere contrari alla prima se proposta da sola».

Rispondo: in realtà si vede benissimo, se la formula “combinato disposto” non sta lì tanto per dire. A me piace il caffè in combinato disposto con lo zucchero: questo non vuol dire che mi piace lo zucchero da solo. Quel che si vede benissimo (non però nel testo di Ceccanti) è che numeri e funzioni devono andare insieme: questo significa che i due punti formano un “combinato disposto”.

Altrimenti: perché non ridurre ulteriormente il numero? Perché fermarsi a 600, e non scendere a 500, 400, 300? I sostenitori del sì dovrebbero fare qualche sforzo in più per spiegare come intendano combinare le cose (e i dibattiti in Costituente mostrano che i primi redattori della Carta non si limitarono a dire “sono troppi”, oppure “sono pochi”).

3. Ceccanti scrive: Non si può dire che l’intervento riformatore è “limitato” e al contempo gridare all’emergenza democratica. I riformisti hanno sempre rifiutato gli argomenti da “ultima spiaggia della democrazia”, e devono evitare di scambiare la difesa dei principi, sempre validi, con quella dei mezzi, datati.

Rispondo: anzitutto la logica. Se io cambio l’articolo 1 della Costituzione, aggiungendo un “non” (la sovranità non appartiene al popolo), l’intervento è limitato, limitatissimo, chirurgico e puntiforme, eppure l’emergenza democratica ci starebbe tutta.

Quindi, come si dice: non valet consequentia. Il punto di maggior rilievo non è però questo. Non c’è bisogno di temere per la democrazia per opporsi alla riduzione del numero, se con “timore per la democrazia” si intendono cose apocalittiche (la fine del suffragio universale, i cosacchi a San Pietro o qualcosa del genere).

I riformisti sanno tuttavia, da Robert Dahl in poi, che si può ben misurare il tasso di democraticità di un Paese, per cui, senza argomenti da ultima spiaggia, si può del tutto ragionevolmente parlare di miglioramento o di peggioramento della qualità democratica di un sistema di leggi e istituzioni.

Aggiungo: un numero non è datato per il fatto che risale a tre quarti di secolo fa; lo è se nel frattempo cambiano altri elementi, o si vogliono cambiare altri elementi, ai quali il numero è rapportato.

Cambiare un numero tanto per cambiare – soprattutto: senza dire in rapporto a cosa lo si cambia – non significa affatto essere riformisti (a meno che l’argomento non sia il risparmio, cosa che però abbiamo deciso di escludere da questa discussione).

4. Ceccanti scrive: Se la riduzione del numero dei parlamentari è giusta, non ha senso opporsi perché mancano ulteriori interventi (in materia di riforme regolamentari, o di legge elettorale). Cambiare il numero “porta con sé logicamente” altri interventi di riforma (per es.: modifiche dei quorum di garanzia, legge elettorale, ecc.), ma alcuni di questi ulteriori interventi sono già nel patto di maggioranza, e il fatto che non siano ancora effettivi non può incidere direttamente sulla scelta di voto.

Rispondo: non è chiarissimo perché non dovrebbe incidere sulla scelta di voto l’assenza di ciò che il cambiamento del numero dovrebbe portare con sé logicamente.

Prima di abbandonare la logica, o comunque di accettare che quel che è logico sia rimandato al futuro, conviene esser cauti. Tanto più in materia costituzionale. Tanto più quando il patto di maggioranza scricchiola (vedi legge elettorale). Tanto più quando si tratta di rafforzare istituti di garanzia.

Ceccanti ha ragione di pensare che riformismo significhi gradualismo, e che dunque sia un bene dire di sì a un primo passo. Però è bene considerare la natura di questo primo passo: se esso “porta con sé” altri interventi correttivi, è perché la sola riduzione del numero rende sbilenca la Costituzione, e questo dovrebbe spingere il legislatore lungimirante a porvi rimedio.

Anche un riformista gradualista, però, col quadro politico attuale (in cui il riformismo non pare maggioranza, e i lungimiranti non sono moltissimi) può avere qualche timore a far leva su una Costituzione resa sbilenca per promuovere i passi ulteriori.

5. Ceccanti scrive: il Pd non è stato incoerente, votando No per tre volte in Parlamento. Si trattava di “una scelta politica di legittima difesa”, visto che la maggioranza giallo-verde bocciava gli elementi “che collegavano riduzione dei parlamentari e riforma del bicameralismo”. Poi aggiunge: riformismo non è stare alla larga il più possibile dal M5S, in via pregiudiziale: la riduzione era negli obiettivi dei riformisti prima che arrivassero i cinque Stelle.

Rispondo: qui proprio non è chiaro dove invece sia oggi il collegamento con la riforma del bicameralismo, il punto d’onore (e la legittima difesa) del Pd.

Ceccanti ha fiducia che, in questa legislatura, il Parlamento riformerà il “bicameralismo ripetitivo”? Bella ambizione: quanto realistica ciascuno giudicherà. Resta il fatto che nell’urna del 21 settembre il collegamento che il Pd difendeva, al punto di votare No (con qualche allarme democratico) non c’è.

Starà forse in qualche patto di maggioranza, nella conversione parlamentarista dei Cinque Stelle (quelli della democrazia diretta), ma non c’è nel voto referendario. Alla fine, tutta la sapienza riformistica e costituzionalistica sembra ridursi ad una scommessa (strategica?) sull’evoluzione dei grillini, e sull’egemonia riformista che il Pd saprà esercitare. Auguri.

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