Le priorità per la crescita del Paese che il Governo non è in grado di attuare

Pubblichiamo un’anticipazione divisa in 5 puntate di un articolo di Giovanni Cagnoli dal numero dell’Avanti in edicola a inizio settembre. 

La crisi Covid ormai manifesta nel suo vero costo, che è soprattutto economico e sociale oltre che sanitario, ha caratteristiche di violenta asimmetria tra soggetti economici, tra generazioni e tra classi sociali. Questa pesantissima asimmetria che rende gli oneri della crisi molto gravi per alcuni e nulli o anche positivi per altri rischia di minare la base stessa dello Stato così come la conosciamo, scatenando notevoli implicazioni di tenuta della coesione sociale, territoriale e anche generazionale se non si pongono in essere immediatamente politiche in grado di mitigare queste asimmetrie.

Purtroppo il contesto politico attuale rende arduo l’attuazione di queste politiche in parte perché manca visione e capacità di leadership nel governo, in parte perché L’asimmetria grava in modo molto più che proporzionale sulle fasce sociali che tradizionalmente sono del tutto estranee politicamente con i partiti che esprimono oggi il governo.

Ne consegue una sostanziale immobilità dell’azione politica nel porre in essere politiche di mitigazione dell’impatto, e quindi nel tempo è probabile un esacerbazione del conflitto sociale con conseguenze anche imprevedibili di tenuta del quadro istituzionale.

La crisi Covid in Italia è asimmetrica su almeno 3 grandi assi di ricomposizione della nostra società:
– L’asse generazionale. I debiti che vengono contratti per effetto Covid che tra spese di supporto al reddito e assistenza e riduzione del gettito fiscale si possono stimare in almeno 300 miliardi di euro nel periodo 2020-2023, sono di fatto un trasferimento di tassazione dall’attuale generazione di lavoratori alla futura generazione di lavoratori. I debiti dello stato altro non sono che tasse future e quindi qualsiasi spesa di oggi si traduce in tasse future. La piramide demografica italiana e il facilmente prevedibile ulteriore crollo della demografia negli anni post Covid rendono il problema acutissimo. Quota 100, reddito di cittadinanza e cassa integrazione estesa a fronte del blocco dei licenziamenti sono esempi di provvedimenti che configurano sostegno al reddito oggi per un numero relativamente ristretto di persone pagato con tasse future da parte di chi oggi non è ancora nel mondo del lavoro.

Il trasferimento è massiccio e purtroppo si aggiunge a un epocale trasferimento intergenerazionale che ha già beneficiato con pensioni e welfare generosissimi i nati prima del 1965 e che inevitabilmente sarà pagato in modo altrettanto drastico da tutti i nati dopo il 1990. Per oltre 30 anni abbiamo deciso come comunità di indebitarci in modo massivo, incuranti della bomba demografica che si stava manifestando. Adesso causa Covid aggiungiamo 300 miliardi di euro di nuovi debiti e il conto per le prossime generazioni diventerà enorme. Per molti giovani il quadro è già piuttosto evidente e il risultato è un’emigrazione ahime qualificata verso paesi che offrono prospettive di tassazione e di sviluppo assai migliori dell’Italia. Stiamo esportando la nostra materia prima più preziosa, il lavoro giovanile qualificato, perché non ne percepiamo l’importanza e perché continuiamo pervicacemente a mettere in atto politiche di trasferimento ai danni di questa categoria sociale, politiche che si sovrappongono a scelte scriteriate degli ultimi 30 anni.

I giovani forse non fanno i conti esattamente, ma intuiscono il problema è scelgono di andarsene nella pressoché totale indifferenza della nostra classe politica che è sempre pronta a proporre una nuova misura di assistenza  o welfare, ma mai ha fatto nulla nel concreto per incentivare il lavoro dei giovani.

– L’asse della tipologia di lavoro o classe sociale. Il Covid per almeno 3/4 della popolazione che in Italia versa imposte e quindi sostiene lo stato  ( si tratta a dati 2018 di circa 42 milioni di contribuenti su 60 di popolazione residente) non ha avuto alcun impatto economico o anzi ha avuto marginali effetti positivi per l’impatto deflazionistico sui prezzi. Tutti i pensionati (18 milioni) i dipendenti pubblici (3,5) o para pubblici (1,5 milioni circa), alcuni dipendenti privati in settori “protetti” e senza concorrenza internazionale (sanità, banche, assicurazioni, trasporti e logistica, utilities tra i più rilevanti  che possono essere stimati in 5 milioni circa) non  hanno subito alcuna decurtazione al proprio reddito e in molti casi attraverso Smart working esteso hanno beneficiato di condizioni di lavoro assai più favorevoli.

Circa 12 milioni di lavoratori invece hanno avuto e soprattutto continueranno ad avere conseguenze economiche importanti  o in alcuni casi critiche. Un dipendente privato che subisce 12 settimane di cassa integrazione perde una mensilità circa di stipendio ( 7% del reddito annuale) su fasce di reddito basse e fino a 2 mensilità (15% del reddito annuale) su fasce di stipendio medio alte.

Una partita iva che non lavora per 2 o 3 mesi e poi lavora a ritmo ridotto perde dal 30 al 50% del reddito netto anche calcolando il supporto dello stato con i 600 euro. Un piccolo imprenditore con 15 dipendenti che subisce una contrazione del fatturato del 20% o più perde probabilmente il 100% del suo reddito dell’anno.

Un imprenditore medio con aziende da 100 dipendenti in su nei settori molto colpiti da Covid (turismo e servizi collegati, ristorazione, automotive, e altri ancora) oltre a perdere il 100% del reddito, sostiene probabilmente importanti perdite di esercizio che deve ripianare con risparmio personale ammesso di volere continuare l’attività.

Per contro imprenditori e aziende “protette” (si pensi alla sanità, ma anche alle aziende alimentari per prodotti di consumo domestico) hanno probabilmente il migliore anno di sempre. Alcune di queste imprese hanno anche inopinatamente usufruito di cassa integrazione a parità di fatturato generando ulteriore asimmetria tra l’altro nel pieno rispetto della legge.

Si noti che maggiore è l’intensità di investimento in capitale fisso produttivo, maggiori saranno le perdite per l’impatto sui margini del calo di attività. Ciò significa che vengono colpiti in modo asimmetrico le aziende e gli imprenditori che più hanno investito nel recente passato. In mezzo ci sono una vasta gamma di situazioni intermedie con perdite proporzionali al calo di fatturato o di volume di attività e alla percentuale di costi fissi sul totale di costi.

In sintesi si spazia da chi perde tutto e in alcuni casi anche la prospettiva di avere un lavoro e chi non perde assolutamente nulla. La base elettorale di Cinque stelle e della parte Partito democratico “assistenzialista” è chiaramente sbilanciata verso chi non perde nulla. L’opposto vale per l’opposizione di centro destra.

Ma ancora più interessante dell’appartenenza politica è l’analisi di chi perde rispetto a chi sostiene il peso delle imposte. In realtà infatti se consideriamo le imposte sui dipendenti pubblici e pensionati una partita di giro (sono ovviamente tassati, ma il vero costo per il bilancio pubblico sono i trasferimenti per stipendi e pensioni al netto delle imposte trattenute) risulta evidente che l’onore della crisi ricade in modo massivo su chi paga la parte preponderante delle imposte.

Nel 2020 e realisticamente anche nel 21 e 22, gran parte degli “alti redditi” avrà una falcidia dei compensi, una buona parte degli imprenditori aperti alla concorrenza avrà reddito negativo e appena si potrà licenziare per un calo di attività che è chiaramente cospicuo, saranno soggetti a rischio un numero elevato di lavoratori in settori penalizzati.

Quindi paradossalmente la crisi Covid colpisce in modo progressivo i redditi elevati ( e quadro non è necessariamente un male) ma trascina con se una fortissima riduzione della base imponibile (più che proporzionale) per la riduzione asimmetrica di reddito tra le fasce di contribuenti. Sarà interessante rivedere sulla base dei dati 2020_22 il dibattito sulla progressività del nostro sistema fiscale  dopo che il Covid avrà colpito in modo pesante i redditi più elevati rendendo più che evidente il contributo alle entrate di queste fasce di reddito.

Se come ipotizzo il calo delle entrate fiscali sarà molto più che proporzionale (sulle imposte dirette, ma anche sulle imposte delle società, capital gain, e imposte sul patrimonio) rispetto al calo del Pil, proprio per effetto dell’asimmetria della crisi, forse ci si potrà rendere conto meglio dell’importanza dei redditi alti per le entrate dello Stato e della vera  progressività della stessa fiscalità.

– L’asse territoriale. Un elemento di forte discontinuità che si sovrappone a quanto sopra è l’asse territoriale. è infatti più che evidente che la concentrazione delle categorie economiche penalizzate dal Covid rispetto alle categorie per nulla toccate è massima al nord e minima al sud dove la concentrazione di persone pensionate, assistite da welfare di varia natura, o garantite dallo stato (dipendenti pubblici) è molto elevata. Ancora una volta peraltro il carico fiscale complessivo grava in modo molto più che proporzionale sul nord e il trasferimento di risorse per garantire e assistere da nord a sud sarà ancora più evidente in presenza di una forte compressione della generazione di ricchezza nelle regioni più produttive del paese.

Per rendere il tutto concreto se il trasferimento tra regioni  (la cui dimensione è abbastanza ignota ma stimabile in circa 80-100 miliardi l’anno) avviene in condizioni di ricchezza generata simile al 2019 può essere più facilmente sopportato (anche se la consapevolezza al nord della dimensione non pubblica ma evidente del trasferimento è l’elemento chiave del supporto elettorale alla lega) ma se il trasferimento rimane assolutamente costante o peggio aumenta in condizione di ricchezza falcidiata, è molto realistico prevedere una reazione molto forte che verrà chiaramente cavalcata elettoralmente dalla lega. La novità è che in questo quadro rientrerà probabilmente anche l’Emilia Romagna guidata invece dal Partito democratico, ma terzo contributore al trasferimento di risorse interregionale dopo Lombardia e Veneto.

Ciò che appare molto chiaro da questa analisi è che il ruolo redistributivo dello stato che trasferisce risorse e ricchezza tra generazioni (dai giovani agli anziani) tra classi sociali (dai più abbienti ai meno abbienti) e tra territori (dai più produttivi ai meno produttivi) viene fortemente messo in discussione se le risorse da trasferire crollano per effetto della tempesta Covid. Finora l’unica risposta è stata l’aumento progressivamente esponenziale del debito, cioè si è scelto di aumentare massivamente il trasferimento a danno dei giovani mantenendo o aumentando le scelte di trasferimento in vigore verso le classi meno abbienti e verso i territori del sud.

È però evidente che questa scelta politica ha rapidamente esaurito la sua capacità di perpetuarsi proprio per i vincoli alla dimensione assoluta del debito, e quindi a brevissimo probabilmente con la definizione del quadro macroeconomico 2021 si dovrebbero necessariamente fare scelte diverse. Viste le premesse invece è probabile che questo governo non abbia ne la capacità, ne la visione, ne le premesse ideologiche per porre in essere le scelte necessarie e quindi si proseguirà sulla strada del deficit, lasciando la definizione dei nodi e delle scelte al 2022/23 dopo avere finalmente risolto l’annosa questione dell’elezione del nuovo presidente della repubblica che è il vero unico collante dell’attuale governo.

In quegli anni (2022-23) tuttavia chi governerà sarà costretto a farlo, proprio per le scelte di oggi,  in condizioni di finanza pubblica da sostanziale deficit zero o al massimo 1% del pil, quindi molto più restrittive di oggi. Questo è già oggi chiarissimo e ineludibile, ma la politica degli ultimi 40 anni (esasperata negli ultimi 12 mesi)  non guarda più avanti di 3 mesi e delle conseguenze sui sondaggi della prossima settimana e quindi il redde rationem viene colpevolmente ritardato.

1/continua

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