Le regionali hanno cambiato il quadro politico, ma non per Conte: lui non fa nulla, come prima

Dieci giorni dopo le regionali si iniziano a scorgere nel quadro politico alcune novità, conseguenze di quel voto. I due partiti usciti peggio dalle urne, il Movimento cinque stelle e la Lega (o meglio, Matteo Salvini personalmente), conoscono i loro giorni più difficili.

Le convulsioni dei grillini hanno finora partorito l’acuirsi delle contraddizioni interne (l’enigmatico protagonismo di Di Battista, le minacce di scissioni, la totale assenza di leadership) culminate nel tragicomico “conclave di Ottavia” – periferia nord di Roma – ove i big si sono presentati con le auto blu laddove ai bei tempi giungevano con torpedoni e motorini.

Almeno fosse servito a qualcosa: mentre Di Maio appare incerto se riprendersi la leadership oppure agevolare una gestione plurale, cioè un “caminettone” pronto a dilaniarsi alla prima occasione, sul piano della prospettiva politica si brancola nel buio, come si dice della polizia quando non riesce a ad acciuffare i colpevoli.

La questione rischia di diventare un problema per il normale funzionamento del sistema democratico. A nostra memoria, non si è mai avuto il più forte gruppo parlamentare in una condizione di così forte sbandamento, un’anomalia che rende il quadro di governo più scivoloso.

Quello della collegialità è un destino che pare tocchi in sorte anche a Salvini, il quale non si vede più riconosciuto il ruolo di leader assoluto della Lega e dovrà acconciarsi a sedere allo stesso tavolo con Giorgetti, Molinari e qualche amico di Zaia. E mentre lui non trova il modo per raccattare briciole di credibilità in Europa, la sua competitor Giorgia Meloni diventa presidente della destra europea, un riconoscimento non da poco.

Per il “Capitano” una piccola grande umiliazione.

Da parte sua il Partito democratico ogni giorno fa sapere ai giornalisti che «sta premendo» sul presidente del Consiglio perché faccia questo e faccia quell’altro. Oggi insiste sul Mes, domani sulla scuola, dopodomani sul Recovery fund (dove per fortuna “vigila” Enzo Amendola che pare il ministro più lucido di tutti) seguendo, come si vede, percorsi un po’ confusi: ma una certa ripresa di protagonismo del Nazareno è evidente malgrado i risultati finora scarseggino.

L’unica cosa che non è minimamente cambiata dopo le regionali è la condotta inerziale di Giuseppe Conte. A parte gli annunci – qualche volta parodie delle televendite di pentole e intimi – il capo del governo non riesce ad assumere un’iniziativa che è una, né dal punto di vista politico né da quello dell’agenda di governo, né tantomeno da quello della politica europea e internazionale.

Non si è capito se Conte intenda fare il “tagliando”, come ha chiesto il numero due dem Andrea Orlando; se voglia aprire un confronto con le opposizioni, come ha proposto Dario Franceschini; se intenda fare rapidamente passi avanti sui progetti per il Recovery fund, come ha implorato Nicola Zingaretti; se sia in grado di coinvolgere i sindacati, come chiede Maurizio Landini, e la Confindustria (si veda l’importante discorso di ieri di Carlo Bonomi).

Mentre si allunga l’ombra sinistra di una nuova fase della circolazione del covid, il premier non sta mettendo nulla in campo – meno che mai il Mes – per rafforzare il Sistema sanitario nazionale. Si continuano a annunciare, con il loquace Roberto Speranza, immediati interventi ma qui non si vede nulla di concreto: dov’è la famosa medicina del territorio, emblema di un serio ripensamento del rapporto fra sanità e cittadini?

Eppure tutti gli osservatori avevano notato che dopo il voto Conte sarebbe stato più forte. Invece il tran tran burocratico-paternalista prosegue come se nulla fosse, prolungando così la stagnazione politica, l’andamento lento dell’azione di governo, nella folle illusione che domani è un altro giorno, si vedrà. Mentre – ha ragione Bonomi – qui bisogna agire, non promettere. Ma è come se il contismo addormentasse il gioco. E Giuseppe Conte personalmente.

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