L’insostenibile leggerezza della strategia Pd di ammaestrare i Cinquestelle

L’antico senso di superiorità dei comunisti derivava da molte cose, innanzitutto dalla convinzione di essere dalla parte giusta della Storia ma anche dall’avere avuto più coerenza e coraggio nella lotta antifascista. Qualcosa di questo senso di superiorità è sgocciolato fin sui lontani eredi del Partito democratico, convinto di essere in grado di ammaestrare i neofiti della politica del Movimento Cinque Stelle, di poterli far crescere, migliorarli, istituzionalizzarli, facendone infine dei fratellini minori che, zitti e buoni, potessero portare al Partito democratico i voti che gli mancano e ragionevolmente mancheranno per governare da solo: quasi facendone dei novelli “indipendenti di sinistra”, fiancheggiatori seppure in autonomia.

Fu in fondo questo l’impianto psicologico e politico alla base dell’alleanza alla base del Conte bis.

Pier Luigi Bersani, che fu il primo a vederla in questo modo (ricordate “il governo del cambiamento”?), lo teorizza ancora prevedendo magari una scissione fra buoni (gli ammaestrati) e i cattivi (i non ammaestrati) oppure si veda anche Andrea Romano che a Linkiesta ha parlato della «capacità maieutica» di un Partito democratico capace di tirare fuori dai grillini un sufficiente tasso di capacità di governo. Per non parlare della «alleanza strategica e permanente» di Dario Franceschini che assomiglia molto a un atto di fede.

Però nella vita reale si sta assistendo all’esatto contrario. Il partito di Vito Crimi – come documentano le cronache – è rimasto lo stesso del Conte uno, tanto è vero che si va mettendo di traverso alla revisione delle due leggi che hanno connotato il governo giallo-verde, i decreti sicurezza e il decreto “dignità”.

Rendendo illusoria l’aspirazione di Zingarettti di ottenere una “discontinuità” fra il primo e il secondo governo dell’avvocato del Popolo, il Movimento Cinque Stelle si sta incaricando di dimostrare che il senso di superiorità del Partito democratico è una cosa che o semplicemente non esiste o perlomeno che i suoi dirigenti non ne sono a sufficienza intrisi per “far crescere” dimaiani, taverniani e crimiani.

Oppure ancora – ed è questa l’ipotesi più realistica – che un partito che ha in sé un dna di destra non regga un’alleanza organizzata con un partito come il Partito democratico, che per di più si vuole spostare a sinistra.

La tensione sul Meccanismo europeo di stabilità infatti conferma che un’evoluzione dei grillini non c’è, e che il tasso di anti europeismo del Movimento Cinque Stelle ha poco da invidiare a quello di Salvini.

La questione è molto seria. A Bruxelles, a Berlino, e soprattutto a L’Aja e Vienna non sono ciechi. In Europa tutti capiscono che in Italia c’è qualche problema e questo problema ha vari capitoli: e uno di essi è proprio l’atteggiamento ostile del Movimento Cinque Stelle sul Mes.

Il vertice europeo di ieri in videoconferenza non poteva non segnare un’impasse che comunque è meglio di niente, con il cancelliere austriaco Sebastian Kurz che non si è fatto problemi a esternare il suo scetticismo sul fatto di dare soldi a Paesi non in grado di autoriformarsi.

Le ricostruzioni hanno dato conto di un apprezzamento dell’olandese Mark Rutte a Conte ma si sa che l’Olanda ritiene singolare che l’Italia batta cassa e contemporaneamente si schifi di far ricorso al Mes. Difatti quello che è certo è che da ieri possiamo dire addio all’anticipo di parte dei fondi – lo ha detto a chiare lettere Angela Merkel – e non è una buona notizia.

La domanda inoltre è se l’ambiguità italiana sul Mes possa pregiudicare i negoziati sulle cifre del Recovery Fund. Forse alla fine no, ma di certo sarebbe più facile per l’Italia negoziare se il governo Conte non avesse dentro di sé questo “baco” antieuropeista chiamato Movimento Cinque Stelle. Infatti a Bruxelles tutti considerano il ministro degli Esteri Di Maio una mezza nullità ed è dunque sulle spalle di Paolo Gentiloni e David Sassoli che ricade il peso di sostenere l’Italia in un passaggio così difficile come questo. Si vedrà a luglio.

Ma la cosa incredibile è che nel Pd non si apra una riflessione, che non dovrebbe per forza essere distruttiva, su questi dati di fatto. Anche se sotto traccia il nervosismo cresce. «Il governo potrà avvalersi di una gigantesca opportunità finanziaria, comunque – ci dice il sottosegretario all’ambiente Roberto Morassut – cioè un piano Marshall per la ricostruzione. Qui si misura il destino di tutti: governo, coalizione, classe dirigente». Come a dire, l’ora è grave, non si può sbagliare.

Tommaso Nannicini, da tempo irrequieto, chiede un chiarimento sulla linea e poi un Congresso, mentre l’improvvisa esternazione di Giorgio Gori sulla necessità di cambiare il segretario conferma questo nervosismo, questa insoddisfazione per una linea fondata sull’abbraccio di un partito che non diventa adulto perché adulto non può diventare.

Il gruppo dirigente si chiude a riccio, ovviamente, ma il tema dell’accordo più o meno strategico con il Movimento Cinque Stelle ormai è sul tavolo.

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