L’invincibile armata gialloverde è dispersa e confusa, ma la matrice che l’ha partorita è ancora feconda 

Da qualche tempo, di fronte alle incertezze dell’economia mondiale, ai più intricati problemi della finanza internazionale, alle spinose questioni della politica di bilancio, mi domando con angoscia, e credo proprio di non essere il solo: che ne dirà Alberto Bagnai? Cosa ne penserà Claudio Borghi? A quali conclusioni saranno giunti Antonio Maria Rinaldi, Francesca Donato e tutta l’allegra brigata no euro, capitanata un tempo dal senatore ex-cinquestelle Gianluigi Paragone?

Di lui sappiamo almeno qualcosa in più, giacché, dinanzi a tutte le disgrazie grilline, dai pessimi risultati elettorali alle magre figure rimediate dalle personalità nominate dal movimento un po’ ovunque, giornali e tv non mancano di sentire spesso il suo parere, che è ovviamente sempre una variazione sul tema: l’avevo capito subito che andava a finire così, ho fatto bene ad andarmene per tempo. A essere onesti, però, il tempismo non si può dire sia stato proprio il suo forte, almeno di recente, considerando la data di fondazione del suo nuovo partito: 23 luglio 2020.

In pratica, più o meno negli stessi giorni, gli italiani ricevevano dunque due notizie: da una parte la decisione dell’Ue, presa a conclusione dello storico Consiglio europeo del 17-21 luglio 2020, di inondare l’Italia di 209 miliardi di euro, in parte come aiuti a fondo perduto e in parte come prestiti a tassi irrisori; dall’altra la nascita del partito «Italexit – No Europa per l’Italia con Paragone», il cui principale se non unico punto di programma è l’uscita dall’Ue.

Un rapido giro sugli account twitter dei più noti alfieri della campagna no euro conferma il momento un po’ così di tutta la comitiva. Sabato Borghi provava a rassicurare la base: «Se faccio il conto di tutte le svolte moderate che per i giornali abbiamo fatto adesso dovremmo aver fatto il giro» (non mancava però anche una battuta a proposito di un tweet anti-Merkel del suo stesso partito: «MA… MA… MA… Non vi hanno detto che adesso dobbiamo entrare nel PPE? Non stanno bene i meme con la Merkel»). Ieri, forse anche per non perdere l’allenamento, Bagnai se la prendeva con il governatore di Bankitalia: «Su Mes inaccettabile propaganda di Visco». Entrambi, Borghi e Bagnai, come ai bei tempi, venivano subito ritwittati da Rinaldi. E tutti e tre si consolavano se non altro con le disavventure di Pasquale Tridico e il caso del suo aumento di stipendio, twittando o ritwittando commenti più o meno salaci.

Resterebbe ancora da citare Stefano Fassina, che con il suo «Patria e Costituzione» rappresentava il principale e forse unico caso di sovranismo di sinistra, almeno in Italia (il modello sembrava il francese Jean-Luc Mélenchon). Ma la svolta europeista del governo italiano – e soprattutto la svolta italianista del governo europeo – ha scompaginato anche quello che gli antipatizzanti definivano «l’asse rossobruno» Fassina-Bagnai, che per tutto l’inizio della legislatura aveva movimentato assai il dibattito, specialmente su twitter, in un tripudio di riconoscimenti reciproci tra l’economista leghista e quello patriaecostituzionalista.

Se infatti ai tempi del governo gialloverde Fassina non esitava a esporsi alle critiche della sinistra per la sua spiccata tendenza a difendere l’esecutivo e dar ragione a Borghi e Bagnai nelle loro intemerate antieuropeiste, con non minore slancio si preoccupa ora di difendere il governo giallorosso, anche nei frangenti più difficili e imbarazzanti. «Un grande abbraccio @PTridico», twittava ieri, ad esempio, a difesa del presidente dell’Inps, a suo giudizio «vittima dell’ennesima campagna mediatico-politica di fango» per far saltare l’alleanza tra Movimento 5 stelle e Pd. «Gli è andata male con il referendum. Ora insistono con #Mes e @Inps», incalzava, allegando come «ricostruzione dei fatti» la precisazione inviata a Repubblica dallo stesso Tridico (una selezione delle fonti che provocava, dal giornale, la pronta replica di Stefano Cappellini: «…usa la versione di Tridico per dire che ha ragione Tridico. Ai tempi di Ruby, leggendo i comunicati di Forza italia, Fassina avrebbe chiesto scusa a Mubarak»).

In proposito, a completare il quadro, merita una segnalazione anche l’intervento di un deputato del Movimento 5 stelle, Francesco Berti, che così chiariva la questione: «La notizia non è che Tridico percepisca 150mila euro l’anno, ma che ne percepisse 60mila. Chi gestisce pensioni e assistenza degli italiani ha diritto a uno stipendio in linea con le proprie responsabilità. Fare battaglie anticasta non significa svilire l’impiego pubblico».

Ho riportato integralmente la dichiarazione per dovere di cronaca, ma vorrei in conclusione soffermarmi soltanto sull’ultima riga. Dove si dice che fare battaglie «anticasta» non significa «svilire». Affermazione già di per sé piuttosto audace (dobbiamo concluderne che «casta» sia un complimento?), ma ancor più significativa se pronunciata dopo aver difeso il principio secondo cui chi gestisce pensioni e assistenza dovrebbe avere «uno stipendio in linea con le proprie responsabilità», nel momento stesso in cui il proprio partito annuncia di voler tagliare gli stipendi dei parlamentari, avendo appena tagliato le «poltrone». E mentre quel medesimo partito si ostina a fare le barricate contro l’utilizzo dei 36 miliardi europei del Mes, per le stesse identiche ragioni sostenute da Bagnai, Borghi e Fassina. A riprova del fatto che persino la tanto celebrata svolta europeista dei cinquestelle – l’unica di cui si siano degnati, peraltro, rispetto alle politiche del governo precedente – è tutt’altro che certa e definitiva.

Ma probabilmente ha ragione Fassina, e sbaglio io a insistere in una «campagna mediatico-politica» che è già fallita sul referendum, e che domani, seppure ottenesse qualche stentato successo sull’uso del Mes o la revisione dei decreti sicurezza, non potrà mai andare lontano, perché continuerà a scontrarsi ogni giorno con il problema di fondo. Vale infatti anche per i commentatori quello che Guido Vitiello ha individuato sul Foglio come il principale limite della strategia zingarettiana nel rapporto con il Movimento 5 stelle, e cioè che non è possibile «incunearsi nelle contraddizioni» di un movimento che rifiuta per statuto il principio di non contraddizione, e può essere dunque contemporaneamente europeista e antieuropeista, eversivo e governativo, intransigente e trasformista. È un problema per chi come Nicola Zingaretti vorrebbe su simili basi costruire una prospettiva politica durevole, ma è un problema persino per chi, come me, vorrebbe contestarla. Perché una sola cosa è più frustrante del giocare a scacchi con un piccione: doverne analizzare la partita.

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