Lo storico accordo in Medio Oriente mette a rischio gli interessi italiani?

Lo storico accordo tra gli Emirati arabi e Israele avrà enormi conseguenze per il Medio Oriente, ma anche contraccolpi imprevedibili in tutta la regione e possibilmente anche sugli interessi italiani. Il governo israeliano ha ottenuto il riconoscimento delle monarchie del Golfo, perché agli Emirati seguiranno Bahrain e Oman, compreso il silenzio-assenso del dominus Arabia Saudita che in quanto custode dei luoghi sacri dell’Islam preferisce mantenere un distanziamento sociale con lo stato ebraico.

Per Bibi Netanyahu si tratta di un successo che sa di capolavoro politico perché firma un accordo come quello tra Begin e Sadat del 1979 in cambio della sospensione dei tentativi di espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania, rinunciando quindi a un’attività in teoria già illegale. L’interesse comune di Israele e degli Emirati è il doppio fronte anti sciita e anti radicalismo sunnita. Entrambi vogliono contenere l’espansionismo degli ayatollah iraniani e allo stesso tempo fermare il virus islamista dei Fratelli musulmani diffuso da Qatar e Turchia in tutto il Medio Oriente, dal Golfo fino a Gaza con Hamas e in Egitto.

Il protagonismo degli Emirati non è a rischio zero, come si intuisce dalle reazioni iraniane che parlano già di «asse della resistenza», leggi “preparatevi a subire attentati”, e turche e anche libiche. A questo punto nessuno può escludere un ritorno del terrorismo sia sciita sia sunnita questa volta indirizzato a colpire non solo Israele ma anche gli interessi emiratini.

L’America di Donald Trump ha avuto il merito di avviare indirettamente questa evoluzione sul campo avendo stracciato il patto con l’Iran voluto da Barack Obama (e dagli europei) e dando il via libera alle manovre politiche delle monarchie del Golfo col risultato di far segnare al presidente un successo di politica estera insperato a poche settimane dal voto di novembre. Dall’analisi dei pro e dei contro di questo accordo sono visibili i vantaggi ottenuti da Israele e dagli Stati Uniti a fronte di concessioni minime, così come è evidente dopo decine di anni occasioni sprecate la fine delle speranze palestinesi di avere uno stato autonomo.

Un po’ meno palesi sembrano i benefici per gli Emirati perché è chiaro che lo sceicco di Abu Dhabi non può essersi accontentato solo di un successo di marketing né della promessa israeliana di sospendere attività che gli israeliani non avrebbero potuto fare. La grande domanda, quindi, è che cosa hanno chiesto e ottenuto gli Emirati dagli americani per siglare l’accordo.

Per provare a immaginarlo bisogna tornare a quali sono gli interessi strategici degli emiratini e delle monarchie del Golfo: uno è il fronte anti sciita e l’altro è la contesa con Turchia e Qatar per la guida del mondo sunnita. Sul primo punto l’America non può concedere altro, avendo già stracciato il patto nucleare con l’Iran, e anche Israele ha già fatto il suo. Resta il fronte sunnita, dove l’unica leva a disposizione degli americani è quella sulla Libia dove al dunque si scontrano il generale Haftar, sostenuto in funzione anti islamista dagli Emirati e più diplomaticamente dalla Francia per interessi petroliferi, e il premier Serraj, formalmente individuato dalla comunità internazionale come rappresentante legittimo della Libia e sostenuto da Turchia, Qatar e dall’Italia anche perché sotto la sua giurisdizione ci sono le concessioni petrolifere dell’Eni.

In Libia può arrivare il possibile contraccolpo per gli interessi italiani perché se gli emiratini avessero chiesto agli americani, com’è possibile e addirittura probabile, di esercitare la loro influenza sulla comunità internazionale per indebolire la presenza turca e la minaccia dei fratelli musulmani, cioè abbandonando il premier Serraj a favore del generale Haftar, le concessioni Eni potrebbero essere messe in discussione magari a favore dei francesi e l’Italia potrebbe aver sprecato tempo e denaro (ricordiamoci del memorandum anti immigrazione con la guardia costiera libica) scommettendo sul cavallo perdente.

L’Italia da sola ha poche carte da giocare, ma dovrebbe arrivarmi e farsi sentire in ambiti europei, Onu e Nato, ma ieri il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è stato impegnato dal surreale voto su Rousseau con cui i grillini ora iniziano a contare da zero anziché da uno e, soprattutto, si è occupato dell’altro importante patto strategico, quello con Zingaretti.

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