L’Occidente batte in ritirata perché la politica estera è diventata un riflesso della politica interna

In un bellissimo libro dal titolo “La misura dell’anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici”, Richard Wilkinson e Kate Pickett affrontano il tema della diseguaglianza non dal punto di vista economico ma da quello sociologico, dell’analisi dei fenomeni ad essa connessi, e cioè la crescita dell’infelicità, della violenza e del rancore sociale.

È evidente, infatti, che la diseguaglianza sociale indebolisce la democrazia, rafforzando il potere del denaro che altera il principio dell’uguaglianza dei cittadini.

È questa un’analisi condivisa da molti, sia, ad esempio, da un economista progressista come Joseph Stiglitz, che scrive: «Stiamo passando da una democrazia basata sul principio “una testa un voto” ad un sistema fondato sul principio “un dollaro un voto”», sia da un pensatore conservatore come Domenico Fisichella, che ha scritto un bel libro sulla «plutocrazia» dove si dimostra come la forza del denaro stia alterando gli equilibri democratici nei paesi dell’Occidente e mettendo in discussione l’esercizio effettivo dei diritti politici fondamentali.

Non c’è dubbio, infatti, che il peso determinante dei mezzi di informazione, il costo crescente delle campagne elettorali, l’eliminazione di forme di finanziamento pubblico spingano verso una privatizzazione della politica e un’accresciuta dipendenza rispetto ai poteri economici e finanziari.

A questo si aggiunge l’effetto delle nuove tecnologie. La rete crea certamente nuove forme di relazioni sociali e di partecipazione, ma determina inevitabilmente anche nuovi meccanismi di manipolazione, controllo e indirizzo dell’opinione.

L’enorme concentrazione di potere nelle mani di grandi gruppi transnazionali come Apple, Google, Facebook e Amazon è sottolineata anche dal fatto che le ricchezze accumulate da queste società sfuggono largamente a qualsiasi forma di tassazione nazionale.

Anche questo incide sulla qualità della democrazia e del patto sociale: effetto combinato delle trasformazioni sociali e dei nuovi mezzi di comunicazione è il progressivo indebolimento dei corpi intermedi che avevano costituito l’ossatura dei sistemi democratici.

Tende a prevalere una forma di individualismo atomistico in cui il consenso si costruisce attraverso il rapporto diretto fra il leader e l’insieme degli individui.

Ma mentre i partiti, i sindacati, le associazioni erano in grado di dare una struttura al consenso e di proiettarlo nel medio periodo sulla base di una visione condivisa della società e delle sue prospettive di sviluppo, il consenso che si genera nel populismo della rete ha invece un carattere instabile e volatile.

Il risultato è una sorta di nevrosi dei sistemi politici, una condizione di instabilità e fragilità delle leadership che sono spinte a cercare, attraverso referendum mediatici, un consenso che si rinnova giorno per giorno.

In questa condizione le democrazie appaiono deboli e, in un mondo caratterizzato dalla competizione globale, sembra che i sistemi autoritari siano più efficaci nel garantire stabilità e una migliore selezione della classe dirigente.

Ciò che Amartya Sen aveva sostenuto analizzando l’esperienza dell’India, ossia che la democrazia era una condizione più favorevole rispetto ad altri sistemi per lo sviluppo e la promozione umana, appare oggi discutibile se confrontiamo le performance dell’India con quelle della Cina.

Ma ciò non è tanto merito delle dittature, quanto piuttosto frutto di una crisi del funzionamento delle democrazie.

D’altro canto, questa crisi è confermata dal fatto che il processo di espansione dei sistemi democratici che si era sviluppato nel mondo all’indomani della caduta del Muro di Berlino sembra essersi arrestato. Mentre, al contrario, all’interno dei regimi democratici crescono pericolose tendenze autoritarie e illiberali.

Si sono, in definitiva, indeboliti i due pilastri dell’egemonia occidentale. Da un lato, l’economia di mercato, dove con la globalizzazione hanno prevalso la deregulation e l’ultraliberismo, non sembra in grado di garantire uno sviluppo equilibrato e di misurarsi con le grandi sfide della diseguaglianza sociale e del rapporto sviluppo-ambiente; dall’altro, la democrazia appare in parte svuotata di quegli elementi di partecipazione e di passione civile e politica che ne avevano garantito la vitalità e risulta essere meno efficace nel governare i grandi processi economici e di sviluppo. Da qui la perdita di attrattività del mondo occidentale.

La percezione di questa crisi del ruolo dell’Occidente si riflette sulla politica americana e dei grandi paesi europei. C’è un elemento che è comune alla politica in tutto l’Occidente ed è un segnale evidente della sua perdita di egemonia e del suo ripiegamento su se stesso: il fatto che la politica estera appaia sempre più dominata da esigenze di politica interna.

Quando questo accade è sempre il sintomo dell’indebolirsi del ruolo di una grande potenza. È quanto sta avvenendo in particolare negli Stati Uniti d’America, che con Trump sembrano più che mai rinunciare al ruolo ordinatore che li ha portati in passato anche a sacrificare alcuni loro interessi in vista di un obiettivo strategico più generale.

Gli americani, nei decenni scorsi, si sono fatti carico di un bisogno generalizzato di sicurezza e hanno esercitato un ruolo di cui l’Europa si è sicuramente avvantaggiata.

Oggi è evidente che questa situazione è vissuta con una crescente insofferenza. Basti pensare alla durezza con cui Trump chiede agli alleati una maggiore partecipazione ai costi di mantenimento della Nato.

I fautori dell’«America first» vivono oramai con fastidio le forme e gli oneri di quel complesso sistema di governance multilaterale che proprio Washington ha promosso. L’America di oggi sembra preferire un bilateralismo assertivo volto a ottenere vantaggi immediati piuttosto che a rafforzare il proprio ruolo di guida.

Queste scelte trovano una forte opposizione anche all’interno degli Stati Uniti. Si tratta di capire se l’era Trump rappresenta l’inizio di quello che e stato definito «il secolo post americano» oppure se si tratta di un ripiegamento rispetto al quale una nuova amministrazione possa imporre un cambiamento e una riscossa internazionalista.

A fronte della rinuncia americana a continuare a svolgere il ruolo ordinatore che ha avuto per decenni, assistiamo alla crescita, in diverse aree, della forza attrattiva di altre potenze.

In Medio Oriente, ad esempio, è aumentato in modo significativo il peso della Russia. In Africa, soprattutto sul fronte economico, il ruolo della Cina appare oggi fondamentale.

Nessuna di queste potenze, però, è in grado di sostituirsi agli Stati Uniti nell’esercitare una funzione di stabilizzazione simile a quella assunta da Washington dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Di fronte a questa tendenza americana l’Europa appare disorientata. Senza la guida statunitense, elemento fondamentale anche ai fini dell’unità europea, l’Europa – come accaduto ad esempio di fronte alla guerra in Iraq – si divide.

Nello stesso tempo il ritorno a un mondo dominato dalla politica di potenza e la realtà di un multilateralismo in crisi trovano un’Europa impreparata e sostanzialmente incapace di reagire.

L’unica reazione ragionevole sarebbe quella di compiere un salto di qualità nel processo di integrazione politica, perché l’Europa unita potrebbe ancora ergersi nel mondo come una grande potenza in grado di trattare alla pari con Washington, con Pechino e con Mosca. Ma in realtà quello che si determina è, in diversi paesi, un arretramento verso forme di nazionalismo che renderebbero l’Europa nel suo insieme non solo più divisa ma anche, inevitabilmente, marginale.

Il rischio più grave che l’Occidente corre è quello di vivere una vecchiaia ingenerosa e rancorosa e, nello sforzo per riaffermare la propria potenza messa in discussione dai fatti, di agire rinnegando i suoi stessi principî e i suoi valori.

In una satira di Giovenale si dice che è somma ingiuria quella di «propter vitam vivendi perdere causas», cioè di rinnegare le proprie ragioni per sopravvivere. Tale sarebbe la condizione di una grande potenza liberale che si difende con i dazi e rinnega i valori del libero mercato.

Così sarebbe, per paesi che affondano le loro radici nel messaggio cristiano, rinnegare il valore della vita e della solidarietà umana, dell’accoglienza e della fratellanza.

Il mondo occidentale dovrebbe invece prendere atto del nuovo pluralismo delle forze in campo in una realtà in cui non avremo più un ruolo dominante e, al tempo stesso, rilanciare quei valori di democrazia, di libertà e di rispetto dei diritti umani che sono un patrimonio importante per tutta l’umanità e non solo per una parte di essa.

L’Occidente ha molto da dare al mondo globalizzato, soprattutto se è in grado di riproporsi forte di una cultura che può contribuire a civilizzare la globalizzazione.

Da questo punto di vista potremmo ritrovare anche ragioni per essere orgogliosi di ciò che abbiamo fatto in Europa, ad esempio, in materia di difesa dell’ambiente, di tutela della salute delle persone, di affermazione delle libertà e dei diritti umani.

Un grande pontefice, Giovanni Paolo II, lanciò alle nuove generazioni un’esortazione che dovrebbe essere un’indicazione preziosa per gli europei di oggi: «Non abbiate paura». Da qui l’Occidente dovrebbe ripartire.

Non avere paura di un mondo nel quale non siamo più dominanti e avere fiducia in quel patrimonio di idee e valori che sono radicati nella nostra civiltà. Questa potrebbe essere la base per un nuovo ruolo all’interno di un mondo che cambia.

da “Grande è la confusione sotto il cielo. Riflessioni sulla crisi dell’ordine mondiale”, di Massimo D’Alema, Donzelli Editore, 2020, 13 euro

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