Noi siamo l’Italia, vediamo di dimostrarlo

Il declino italiano non è un destino, è una scelta politica precisa di cui siamo tutti complici, nessuno escluso. Non è possibile che il paese di Michelangelo e di Leonardo, di Cavour e di Mazzini, di Armani e di Marchionne, della Scala e degli Uffizi, della grande capacità manifatturiera e dell’ingegno meccanico, delle arti e della cultura, del talento e del genio, sia costretto a scegliere tra i mentecatti a Cinquestelle, i trucidi della Lega e i nostalgici della Meloni, tra ludopatia e pirlopatia, tra fregnacce sul Mes e negazionismi sul Covid, tra il reddito da divano e le pensioni baby, tra la spazzacorrotti e i decreti sicurezza, tra i porti chiusi e i cervelli pure, tra il socialismo venezuelano e la democratura russa, tra la decrescita felice e la svendita ai cinesi. 

Il momento è ora. Il futuro va organizzato adesso e sottratto asap agli attuali gestori del declino e a quegli altri che dall’opposizione puntano dritti a farci schiantare contro il muro. 

Non possiamo lasciare i soldi europei della ricostruzione ai trecartari degli scontrini e della «stessa mille euro» o ai baluba dei conti in Svizzera a nome di mammà e dei 49 milioni svaniti nel nulla. Nessuna persona sana di mente affiderebbe i propri risparmi a quelli che hanno bisogno dei poteri speciali per comprare le mascherine e i banchi di scuola, peraltro non riuscendoci, e a quelli che vogliono pieni poteri per antica tradizione culturale. 

Gli adulti devono entrare nelle stanze del potere con maggiore decisione e senza timidezza, altrimenti non ci saranno più le stanze e non ci sarà più il potere. Ad alcuni di loro va riconosciuto di essere stati decisivi per evitare che uscissimo dall’euro e più recentemente di aver fornito le necessarie garanzie di serietà all’Europa del Recovery fund. 

Ma adesso bisogna darsi una mossa: va scalato il Pd, va sottratto ai collaborazionisti, va rotta l’alleanza con i buoni a nulla e gli incapaci a tutto, va rimesso in soffitta l’armamentario vetero statalista tolto dalla naftalina degli anni Ottanta. Forza Stefano Bonaccini, Giorgio Gori, Beppe Sala. Forza Paolo Gentiloni, i grandi vecchi, le giovani leve, gli amministratori locali, evviva Volare di Tommaso Nannicini, evviva utte le altre iniziative democratiche e antidemagogiche di quell’area.

Ma serve un progetto serio e unitario per l’alternativa democratica e contro gli affossatori dell’Italia, a partire dal Pd che ha retto bene o male il paese negli ultimi anni e poi con quella parte di centrodestra che non si rassegna a Salvini e Meloni. E anche con Matteo Renzi, Carlo Calenda, Emma Bonino,Marco  Bentivogli, Stefano Parisi, Mara Carfagna, con i liberali e i socialisti, con gli ambientalisti e la generazione Greta, con i sindacati e gli imprenditori, con l’Italia che lavora e che produce, viva l’italia, l’Italia che resiste. 

Non sono più tollerabili le divisioni sul nulla tra politici che si fanno dispetti da liceali, né le sceneggiate tra primedonne e le miserie da bar dello sport. I vari leader o aspiranti tali mettano da parte i personalismi, le ambizioni e gli atteggiamenti mitomani perché oggi non c’è niente di più urgente di liberarsi dei populisti di governo e di opposizione, ma anche perché, in fondo, tra di loro non c’è alcuna differenza politica, programmatica, ideale, ma solo concorrenza su battaglie velleitarie per contendersi le briciole e col risultato di spalancare le porte ai nemici dello stato di diritto. 

I soggetti politici che continuano a giocare sul terreno delle ripicche personali e dei narcisismi senili, anziché anteporre l’interesse nazionale, agiscono da volenterosi carnefici dell’Italia, irresponsabili quanto i populisti per il default economico e civile prossimo venturo. Invece un fronte repubblicano, un partito della nazione, un patto per l’Italia, un rassemblement contro l’incompetenza e la piccineria, contro il razzismo e la nostalgia, contro la svendita del paese ai regimi autoritari, insomma un’alternativa al declino è possibile. Basta volerla, immaginarla, prefigurarla.

In America ci stanno provando, con Joe Biden che ha raccolto intorno a sé i democratici, i repubblicani anti Trump, gli indipendenti e i socialisti. Il secondo martedì di novembre sapremo se il progetto di rifare grande l’America, dopo le tenebre trumpiane, avrà avuto successo. Intanto sarebbe il caso di non farsi trovare preparati, di non rassegnarsi a scegliere tra un’idea di paese rancoroso e inefficiente e un’altra di nazione rabbiosa e retrograda, entrambe con meno diritti civili e più ingerenza dello Stato.

Noi siamo l’Italia, vediamo di dimostrarlo. 

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