«Non ci sarà alcuna ripresa economica se non sconfiggeremo il virus»

Per Stefano Bonaccini la salute e la sicurezza dei cittadini vengono prima di tutto. «Non ci sarà alcuna ripresa economica se non sconfiggeremo l’emergenza sanitaria», ha dichiarato via Facebook pochi giorni fa il governatore dell’Emilia-Romagna. Tuttavia, per una delle regioni trainanti dell’economia italiana non è peccato cominciare a pensare a un piano di interventi per riaccendere la produzione interna. «È forse ancora troppo presto per comprendere la portata di questo cambiamento, ma è già tempo di pensare a ciò che vogliamo costruire. E di farlo con audacia e coraggio», spiega il presidente della Regione a Linkiesta.

Presidente, in Emilia Romagna i contagi tendono a calare. Il modello di contenimento attuato sta dando i primi risultati?
Da Lodi e Codogno ci divide solo un ponte. Per questo ci siamo attivati subito, già dopo la prima positività nel Paese annunciata dalla Lombardia, il paziente uno. Ed era il 21 febbraio. Domenica 23 abbiamo chiuso scuole e università in tutta la regione. Abbiamo deciso di dare pieno ascolto alle indicazioni della comunità scientifica, tanto che già a fine febbraio, quando non erano ancora chiare le dimensioni dell’epidemia, mi confrontai col ministro Roberto Speranza, il professor Walter Ricciardi e il direttore dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, scegliendo non solo di prorogare le misure prese, ma di aggiungere un’ulteriore stretta alle attività economiche. Così come per primi decidemmo di dire basta a jogging e uso della bici per una sgambata, come ha poi fatto il Governo a livello nazionale. Oggi, grazie a uno sforzo enorme di tutti i nostri operatori, i posti letto per pazienti Covid sono cresciuti del 600%: la nostra sanità sta reggendo, certo, ma la pressione su di essa resta altissima. Dobbiamo assolutamente fermare il contagio, non possiamo rischiare di arrivare al punto di rottura. Abbiamo quindi deciso di andare al contrattacco, dopo una fase forzatamente difensiva, per combattere il virus casa per casa, attraverso cure a domicilio, tamponi in auto (il drive through) e uno screening su tutto il personale sociosanitario facendo 100mila tamponi sierologici, che estenderemo poi ad altre categorie.

Secondo lei, è stato superato il picco?
I dati di questi ultimi giorni sembrano indicare un rallentamento importante dei contagi, ma non faccio alcuna previsione. Quello che più mi conforta, però, sono sia la diminuzione degli accessi ai pronto soccorso, sia dei ricoveri in terapia intensiva, un primo fondamentale alleggerimento sui nostri reparti ospedalieri. A maggior ragione non è questo il momento di abbassare la guardia: significherebbe vanificare tutti gli sforzi compiuti e, soprattutto, quelli di chi sta lavorando senza sosta per curare e assistere chi ne ha bisogno. Serve restare a casa e bene ha fatto il Governo a prorogare le restrizioni almeno fino a Pasqua.

Sta valutando una riapertura graduale delle attività?
Lo ripeto: per prima cosa dobbiamo sconfiggere il virus. Non ci può essere ripresa economica senza prima chiudere l’emergenza sanitaria. Chi si azzarderebbe a mandare il proprio figlio a scuola o a recarsi al ristorante, sapendo che c’è ancora la possibilità di contagio? Dunque, testa bassa e massimo impegno su questo. Alla fine di questo tunnel deve esserci la luce, non un altro buco nero. Allo stesso tempo, però, dobbiamo pensare alla ripartenza e come Emilia-Romagna siamo già al lavoro.

Quali sono in senso pratico le misure che attuerà la sua amministrazione per ripartire dopo l’epidemia?
Stiamo dando sostegno a famiglie, imprese, lavoratori, studenti con provvedimenti che aiutino oggi, ma che guardino anche al domani. Siamo stati la prima Regione a firmare l’accordo con le parti sociali per lo sblocco della cassa integrazione in deroga, allargata alle aziende anche di un solo dipendente e di tutti i comparti, con 135 milioni di euro per garantire la continuità di reddito a lavoratrici e lavoratori. Abbiamo varato un pacchetto di misure per l’accesso al credito a interessi zero per il sistema imprese, sosteniamo i Comuni nei i servizi per le famiglie, dal mancato pagamento delle rette dei nidi al bonus per pagare l’affitto. Fino a schede prepagate, pc e tablet per quelle famiglie che altrimenti non potrebbero far seguire le lezioni online ai propri figli e a un contributo economico per chi è stato costretto a interrompere il tirocinio pagato, a partire dalle persone con disabilità e le categorie svantaggiate. Sono misure già attivate o che lo saranno in capo a una settimana. Ci stiamo confrontando con le parti sociali e le associazioni anche per sostenere i lavoratori stagionali di turismo e agricoltura, categorie che rischiano di pagare un prezzo altissimo. Ma per la ripresa, nel momento in cui ci potremo rialzare, saranno fondamentali liquidità per famiglie e imprese, rivoluzione digitale e innovazione, qui dove sta nascendo la data valley europea attorno al Tecnopolo di Bologna, e un massiccio piano di investimenti pubblici. In Emilia-Romagna abbiamo pronti progetti e opere per oltre 5 miliardi di euro.

Un territorio produttivo come l’Emilia-Romagna avrà certamente bisogno anche di un piano per il mondo del lavoro post coronavirus.
Questa epidemia coinvolge tutta la nostra società, a livello globale: inevitabilmente ci sarà un prima e un dopo il virus. È forse ancora troppo presto per comprendere la portata di questo cambiamento, ma è già tempo di pensare a ciò che vogliamo costruire. E di farlo con audacia e coraggio. La prima cosa che però ci insegna questa epidemia è l’importanza di un servizio sanitario pubblico e universalistico, che cura tutti e salva vite, senza guardare quanti soldi hai, da dove vieni o sei hai un’assicurazione, come negli Stati Uniti. Qualcuno se n’era dimenticato. Se in Emilia-Romagna stiamo reggendo, lo dobbiamo proprio alla sanità che è stata creata negli anni come forte rete territoriale. Facciamo tesoro di questa lezione, investendo sul sistema sanitario nazionale.

Quindi?
Quanto al piano per il dopo, chiederemo di aiutarci a un gruppo di personalità per immaginare come reimpostare la nostra società regionale: ci saranno Romano Prodi e Enrico Giovannini, insieme a economisti, umanisti, filosofi, scienziati, donne e uomini del mondo della cultura e dei saperi, a partire dai big data e dalle nuove tecnologie. Non dimentichiamo che la digitalizzazione ci sta aiutando nella battaglia contro il virus e rappresenta un’opportunità anche per rendere più sicura la nostra società e più moderno il nostro mondo del lavoro.

Per tornare a essere uno dei motori dell’economia italiana, anche l’Emilia-Romagna avrà bisogno di un sostegno sovranazionale.
Per ripartire innanzitutto bisogna sconfiggere l’emergenza sanitaria, senza la quale non ci sarà mai ripartenza economica. Per questo servirà che l’Unione Europea in primis metta a disposizione liquidità e un piano straordinario di investimenti. In questo momento abbiamo bisogno di tutto, eccetto austerità ed egoismi nazionali. Non ho dubbi che ci rialzeremo, è scritto nel dna degli emiliano-romagnoli: davanti alle difficoltà, non ci lamentiamo, ma ci rimbocchiamo le maniche per superarle e uscirne insieme. Abbiamo sempre fatto così. Oggi non se lo ricorda nessuno, ma nel dopoguerra l’Emilia-Romagna era una delle zone più povere d’Italia ed è finita per diventarne una delle locomotive. Il terremoto del 2012 poteva metterci in ginocchio, ma le aree più colpite dopo sei anni avevano già Pil e numero di occupati superiori a prima del sisma. Oggi abbiamo di fronte un nemico ancora peggiore, invisibile e che colpisce tutti, ma in queste settimane abbiamo visto aziende riconvertire la produzione, dimostrando uno straordinario senso di responsabilità e di comunità: è soprattutto qui che oggi si realizzano le mascherine e i camici che mancavano, ma anche i ventilatori polmonari per le terapie intensive. Con questo spirito, sono convinto che ci rialzeremo anche stavolta.

Il cammino della sua Regione è stato per buona parte in autonomia nel corso di questa emergenza. Che rapporti ci sono stati con i vertici statali?
Ho lavorato fin dall’inizio perché ci fosse massima unità di intenti tra tutte le Regioni e il governo nazionale: le emergenze si superano solo stando uniti e tutti dalla stessa parte. Trovo incomprensibile che ci si possa dividere in questo momento, a partire dalla politica. Serve una classe dirigente che guidi il Paese. Il Governo sta affrontando la crisi più grave della storia repubblicana e bene ha fatto a un certo momento a omogeneizzare gli interventi a livello nazionale. Così come il contributo e il ruolo giocati da chi, come noi, sta sul territorio credo si sia confermato un valore aggiunto che sarebbe un delitto disperdere.

Le ultime circolari emanate hanno montato non poche proteste tra i governatori regionali. Come valuta la gestione della crisi da parte del governo, sopratutto in termini di comunicazione?
Lo scopo è quello di fare chiarezza e i bambini hanno bisogno di qualche momento all’aria aperta per superare un periodo così duro di isolamento sociale. Ma non cambia nulla rispetto a prima: non c’è alcun allentamento delle misure restrittive in vigore, ancor più importanti nel momento in cui forse stanno dando i primi risultati. Stiamo molto attenti a non lanciare messaggi sbagliati. Peraltro, l’ho detto chiaramente: chi si lamenta perché non può fare una corsetta o una passeggiata, venga a fare un giro nei reparti di terapia intensiva così capirà subito perché non si può. Dobbiamo aiutare chi in queste settimane sta fronteggiando l’emergenza e salvando vite umane, e per farlo ci viene chiesto solo di restare a casa e limitare le uscite all’essenziale.

Un contributo non da poco nel contrasto all’emergenza è stata anche la coscienza civica dimostrata dai suoi cittadini.
Assolutamente sì. Gli emiliano-romagnoli stanno collaborando in maniera straordinaria. Ma voglio ringraziare in particolare tutti i medici, gli infermieri, gli operatori in corsia e non solo, i farmacisti, i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, i tecnici, la nostra protezione civile, le forze dell’ordine, chiunque sia impegnato sul fronte dell’emergenza dimostrando professionalità e coraggio che non potremo mai più dimenticare. Così come voglio rivolgere un pensiero anche a chi sta lavorando per garantire la disponibilità di cibo o la continuità dei servizi essenziali: lavoratrici e lavoratori altrettanto encomiabili. Rispettare le regole vuol dire rispettare tutti loro, non scordiamolo mai.

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