Non ridete, gli ideologi di Pappalardo stanno già a Palazzo Chigi

Il grottesco spettacolo offerto in questi giorni dai gilet arancioni del generale Antonio Pappalardo ha suscitato reazioni che oscillano tra l’irrisione e l’indignazione. Molti li hanno presi per uno scherzo, alcuni li hanno presi a male parole, nessuno li ha presi sul serio.

Del resto, come si può prendere sul serio chi sostiene che il coronavirus non esista, ma gli alieni sì, tanto che ne avrebbe incontrato uno, mentre se ne andava a spasso con la moglie? Certo, teoricamente non è possibile escludere che stesse scherzando, almeno nel caso dell’alieno, il quale tra l’altro, dopo avere salutato molto galantemente la signora Pappalardo, avrebbe consegnato al generale un importante manoscritto (a conferma del fatto che neanche sul pianeta «Ummo» potremo mai sfuggire all’epidemia narrativa).

Ma non sembra dotato di gran senso dell’umorismo uno che su twitter si rivolge a Paul McCartney perché ascolti la sua «Beatles Symphony», e poco dopo alla presidente della Consulta, Marta Cartabia, perché si spieghi meglio: «La nuova Presidente della Corte Costituzionale ha detto che ha rotto il muro di cristallo. Ci domandiamo: “Che cos’è il muro di cristallo?”» (propenderei per l’ipotesi che si trattasse di un «soffitto», ma a onore del generale va detto che le agenzie parlavano di «vetro di cristallo», rendendo il mistero ancora più fitto).

Senza dimenticare Matteo Renzi, al quale Pappalardo si premura di segnalare – chissà poi perché proprio a lui – uno scandalo troppo a lungo taciuto: «Caro Renzi, i soldi del Ponte sullo stretto di Messina rubati da Monti sono stati usati per il Mose».

Fermi lì. Prima che mi diate ragione, sappiate che non ho scritto nessuna di queste assurdità per il gusto di trovarci tutti d’accordo. Al contrario, le ho scritte per litigare. Adesso, infatti, mi dovete spiegare quale differenza ci sia tra l’andare in giro a dire che il coronavirus non esiste, come fa oggi il generale Pappalardo, e il salire su un palco a spiegare che non esiste l’Aids, come faceva a suo tempo Beppe Grillo, peraltro con le stesse argomentazioni.

E mi dovete spiegare pure per quale ragione non si potrebbe prendere sul serio un movimento guidato da un tizio che sostiene di parlare con gli alieni, ma si può discutere per anni, come se fosse una cosa seria, delle evoluzioni politiche e ideologiche di un movimento che ha portato in parlamento fermi assertori dell’esistenza delle sirene, come l’onorevole Tatiana Basilio, e al governo convinti sostenitori della tesi secondo cui l’uomo non sarebbe mai sbarcato sulla luna, come il sottosegretario Carlo Sibilia.

Che differenza c’è tra la tesi secondo cui il coronavirus sarebbe il frutto di un complotto delle case farmaceutiche e delle élite globaliste, mirante ad arricchirsi e a dominare il mondo attraverso i vaccini, sostenuta dai gilet arancioni, e le posizioni di chi fino a ieri ha detto lo stesso a proposito del morbillo o della varicella, come ha fatto non solo il fior fiore del gruppo dirigente grillino, ma anche gran parte della destra italiana?

È il lessico famigliare del populismo gialloverde, già pienamente messo a punto dall’ex leghista, ex grillino e futuro arancione (ad honorem) Gianluigi Paragone. Nella sua trasmissione, «La Gabbia», andata in onda su La7 fino al 2017 e al governo nel 2018, come ha scritto ieri sul Foglio Guido Vitiello, c’era infatti già tutto: «Il piagnisteo antitedesco, l’Europa cattiva, le furbate monetarie per vivere a sbafo, Soros, il deep state globalista, i no vax, il piano Kalergi e nazisterie assortite».

La scuola di Atene di questa nuova civiltà della cospirazione è stata ben ricostruita ieri su Repubblica da Annalisa Cuzzocrea e Matteo Pucciarelli, e accanto a filosofi del calibro di Diego Fusaro e a economisti del calibro di Antonio Maria Rinaldi (un sedicente marxista molto amato da Casapound e un sedicente keynesiano eletto al parlamento europeo con la Lega), vede in prima linea il meglio dell’ala intransigente dei grillini della prima ora, tra ex parlamentari, ex consiglieri regionali e comunali, ed ex consulenti della comunicazione.

Cioè esattamente le persone che materialmente, fino a ieri, hanno alimentato e diffuso in Italia le teorie complottiste di cui si è nutrita la nuova destra populista in tutto il mondo, da Donald Trump a Jair Bolsonaro, sui vaccini come sui migranti (a cominciare dalle deliranti teorie paranaziste su presunti piani di «sostituzione etnica»), sulla finanza come sull’Europa.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni non hanno fatto altro che copiare metodi e merito della propaganda grillina, anzitutto online, messa a punto nei laboratori della Casaleggio Associati. Il generale Pappalardo è solo l’ultimo arrivato nella catena dei copioni, e come tanti studenti dell’ultimo banco prima di lui, avendo avuto meno tempo degli altri, ha preso il voto più basso. Anche, va detto, per la modestia dell’esecuzione.

Ma chi ha scritto la traccia oggi lavora a Palazzo Chigi. E tutti coloro che oggi irridono le stramberie dei gilet arancioni dovrebbero prima spiegarci la differenza con gli autorevoli statisti di cui non smettono un giorno di cantarci le lodi. Sulle note di Beatles Symphony.

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