Perché Calenda preoccupa, e non poco, Berlusconi

Sei punti di distacco tra centrodestra e alleanza Partito democratico-Movimento Cinque Stelle (a favore dei primi) e un terzetto di partiti centristi che tutto insieme vale il 9 per cento, più o meno. L’infinito gioco dell’oca della politica italiana è tornato lì, agli equilibri del 2008, senza che nessuno sappia bene come sottrarsi al déjà vu infernale di una politica che non combina niente perché costretta ad alleanze innaturali pur di non far vincere “gli altri”. 

E tuttavia tra i padroni del gioco sta avanzando una preoccupazione nuova. Specialmente a destra sale il timore che le prossime Regionali, con un’ulteriore caduta di Forza Italia,  disarticolino il tracciato che regge da un ventennio e rende facile la vita ai suoi protagonisti. Ieri Silvio Berlusconi, parlando ai deputati campani, ha dedicato larga parte del discorso a sanzionare la scelta di Enrico Costa (pur senza nominarlo), l’ex-ministro per gli Affari Regionali passato da Forza Italia ad Azione, il partito di Carlo Calenda. Un’intemerata fuori tempo massimo. Una stranezza. 

Sono mesi che FI subisce emorragie a livello nazionale e sui territori senza preoccuparsene più di tanto, anzi benedicendole: l’addio dell’ultimo pezzo da novanta, il governatore Giovanni Toti, fu addirittura promosso dalla classe dirigente che non vedeva l’ora di togliersi dai piedi quel controcantista e brindò quando prese la porta. Ma Toti se ne andava in direzione Matteo Salvini. Le sue valigie – per così dire – restavano in famiglia: una scelta accettabile. 

La fuga fuori dal perimetro della coalizione è percepita con maggiore allarme, perché hai voglia a ricordare i fallimenti di precedenti esperienze (Casini, Fini, Monti, Alfano, Passera, Parisi, eccetera): tutti sanno che adesso, a differenza che in passato, c’è un pezzo di elettorato forzista preoccupato, confuso, spaventato dal salto nel buio del voto in favore di una coalizione guidata dai dioscuri della protesta e della resistenza anti-europea, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. 

Berlusconi è consapevole di questo stato d’animo, sa che il Covid ha cambiato le percezioni dell’opinione pubblica a lui amica e ha azzerato ogni voglia di avventure. Ai suoi ha raccomandato di smarcarsi dagli estremismi, di cercare voti in nome della differenza: «Gli italiani devono capire che votare per Forza Italia significa votare qualcosa di profondamente diverso dai nostri avversari ma anche dai nostri alleati». Vasto e improbabile programma. La diversità forzista non si avverte più da molto tempo, inghiottita da troppi atti di vassallaggio ai soci di maggioranza della coalizione. Ed è ovvio a tutti che gli aggettivi di cui si fregia Forza Italia – liberale, moderato, garantista – avrebbero ben scarsa cittadinanza in un futuribile governo di centrodestra, da chiunque guidato. 

Magari il voto moderato non esiste più. Ma di sicuro esiste ancora in Italia un ceto medio che non ha nessuna voglia di affidare il suo futuro o quello dei suoi figli alle teorie economiche di Claudio Borghi o di giocarsi l’ultimo treno della ripresa aiutando i sovranisti a portare l’Italia nell’asse di Visegrad. Quel mondo è rimasto scettico davanti all’offerta di Matteo Renzi – uno che è pur sempre un ex-segretario dell’odiato Partito democratico e, magari scalpitando, governa insieme al partito di Vito Crimi e Alessandro Di Battista – ma potrebbe ascoltare Calenda, che ha dalla sua un pedigree centrista e un’ostentata opposizione a entrambi i governi a guida Cinque Stelle. 

Sarà lui, come scrive su Libero la fedelissima di Arcore Licia Ronzulli, «il pifferaio magico dei topini azzurri»? Il fatto stesso che si esorcizzi l’ipotesi la rende degna di attenzione, e persino la scelta delle parole rivela un timore inconfessato: quello che, esattamente come accadde nel lontanissimo ’94, nello schema bloccato della politica italiana, sia imminente l’arrivo di un nuovo incantatore, di un altro outsider capace di convincere e ammaliare il ceto medio nel momento di massima incertezza sul futuro. All’epoca fu un imprenditore della tv e del mattone, adesso chi si aggiudicherà la parte? 

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