Perché Conte non ha nessun interesse a legare il suo nome a una grande riforma

L’Italia è il Paese delle grandi riforme annunciate. Quelle che i ministri definiscono urgenti, gli studiosi considerano necessarie, ma che alla fine nessuno è mai riuscito ad approvare. Gli Stati Generali convocati in questi giorni dal premier Giuseppe Conte a villa Pamphilj assomigliano molto all’ennesimo catalogo di annunci.

Conferenze e annunci, però, si scontrano con una realtà impietosa: da anni chi arriva a Palazzo Chigi promettendo di fare la rivoluzione, esce senza toccare le grandi questioni. Scuola, pensioni, tasse, pubblica amministrazione, giustizia. Magari si scrivono nuove norme, che aggiungono caos a un panorama legislativo già confuso. Chi entra nella stanza dei bottoni si rende conto che quei bottoni non sempre esistono. Vuoi per ragioni di consenso elettorale o, più semplicemente, per un problema di finanziamenti.

Carlo Calenda, già ministro dello Sviluppo Economico e oggi leader di Azione, spiega a Linkiesta: «Siamo un Paese che parla di riforme che non riformano. Il primo vero provvedimento da fare è cercare di far funzionare quello che c’è. Il compito del governo, infatti, è gestire bene la legislazione e non ingarbugliarla con norme complicate. Bisogna lavorare sull’esecuzione dei provvedimenti, su come vengono spesi i soldi e sull’eventuale correzione delle misure adottate. Purtroppo nessuno lo fa, e infatti non funziona nulla, nemmeno in epoca Covid con l’erogazione dei sussidi. Questo accade perché oggi l’esecutivo è composto da persone che non hanno mai amministrato e non sanno come farlo. Si riempiono la bocca con le riforme, ma in azienda nessuno passa le giornate a pensare a come riformare l’impresa, si definisce una missione e la si implementa».

Calenda, per due anni al ministero di via Veneto, ha firmato un provvedimento strategico per la politica industriale italiana: la cosiddetta industria 4.0. «Quando ho varato quel piano non ho dovuto fare una riforma. Ho cancellato 7 miliardi di euro di fondi non spesi che non funzionavano, mi sono fatto dare incentivi fiscali e li ho messi nella legge di Bilancio».

Questo ieri, ma oggi? In due anni il premier Giuseppe Conte ha guidato esecutivi molto diversi. Uno che guardava a destra, un altro che vira a sinistra. «La cifra di Conte è stata la volontà di non legare il governo a una grande riforma». Filippo Sensi è un deputato del Partito Democratico, conosce bene Palazzo Chigi perché è stato portavoce prima di Renzi e poi di Gentiloni. «Ricordiamo riforme targate Lega, Cinque Stelle e Partito democratico, ma nessun provvedimento porta il marchio del premier. È una scelta deliberata. Nel caso dell’esecutivo gialloverde e ora con quello giallorosso, Conte lavora per negoziare e trovare un compromesso tra diverse offerte politiche. La ‘riforma Conte’ non c’è, anche perché ha un costo pesante in termini di consenso e di fatica».

Il sociologo e politologo Luca Ricolfi non ha dubbi: «In realtà Conte è un grande riformista e con provvedimenti come quota 100, reddito di cittadinanza e decreto dignità, ha finito per danneggiare l’economia. È stato molto più incisivo dei suoi predecessori, se si esclude Renzi che però ha adottato misure meno dannose e alcune cose positive». 

Ma anche il tornaconto elettorale ha un suo peso. «C’è una precisa volontà politica di non fare le riforme meno popolari, come quelle che prevedono una minore spesa pubblica. Tutte le misure di razionalizzazione del sistema hanno un costo in termini di consenso e quindi non si fanno». Poi c’è un’altra questione, secondo Ricolfi. «Le riforme veramente utili costano molto, oppure richiedono tanto tempo. Per mettere mano alla giustizia civile e alla burocrazia ci vogliono almeno cinque anni. Fare una rivoluzione fiscale significa avere un minor gettito. Servono soldi».

Il principale freno alle riforme sembra essere la burocrazia. Almeno così si dice. Quella di alti dirigenti e mandarini di Stato, veri conoscitori dei palazzi e potenti manovratori della macchina. Coloro che sopravvivono ai politici e vengono accusati di opporsi al cambiamento. Le presunte “manine” che nottetempo inseriscono cavilli nei testi di legge. Anche il premier Conte, nei giorni scorsi, ha fatto filtrare sui giornali che «pezzi di Stato remano contro il governo». Dichiarazione poi smentita, comunque emblematica nei confronti di quel nemico invisibile evocato un po’ da tutti.

Di alti burocrati Calenda ne ha visti molti: «Quando sono stato nominato ministro, gli amici mi dicevano che dopo un mese mi sarei suicidato perché non sarei riuscito a fare nulla. Invece no. È una questione di capacità gestionale: bisogna seguire tutti i dossier e il loro stato di avanzamento. Bisogna farlo dalle otto del mattino a mezzanotte, così con la burocrazia fila liscio. Trascorrevo tutta la giornata con i direttori generali del ministero. Di Maio in un anno di lavoro non li ha mai incontrati, se non per gli auguri di Natale. D’altronde la politica preferisce le conferenze stampa, i selfie con gli operai e l’immediatezza del consenso. Così il ministro cede il lavoro al capo di gabinetto, che spesso si trova a far muro coi direttori generali e tutto si inceppa. La verità è che la politica si disinteressa totalmente della parte amministrativa, la lascia in mano alla burocrazia, che certe volte è buona e altre meno».

Da un Palazzo all’altro, la musica non cambia. Filippo Sensi è stato portavoce di due presidenti del Consiglio, ha frequentato le stanze del piano nobile di Palazzo Chigi e ha incontrato un’infinità di alti dirigenti. «Partiamo da un dato: la politica passa e i grand commis restano. E hanno tempi diversi: il politico vuole il risultato subito, l’amministrazione conosce la macchina, studia, richiede tempo. Quando arrivi ti guardano come a dire: “eccone un altro”. Tra i burocrati incontri muri di gomma e professionisti eccellenti. Sono squadroni capaci di far girare palla e di aiutarti a capire dove una riforma funziona e dove no. E sono bravi anche a fare una moral suasion forte nei confronti dei cambiamenti».

Accadono anche cose particolari. Ad esempio nel 2016 l’alta burocrazia di Chigi ha accolto i “marziani” del team di trasformazione digitale del Paese guidato da Diego Piacentini e voluto dall’allora premier Matteo Renzi. Una squadra che ha resistito fino al 31 dicembre 2019, nonostante si siano avvicendati quattro governi dalla sua nascita e Piacentini sia stato sostituito da Luca Attias, oggi a capo del dipartimento per la trasformazione tecnologica che supporta il ministero dell’Innovazione. «Quello del team digitale è stato un innesto a stretto contatto, anche fisico, con i vertici dell’esecutivo, visto che è stato sistemato al primo piano di palazzo Chigi, dove ha l’ufficio il presidente del Consiglio. Non era mai avvenuto e, dopo qualche resistenza iniziale, è andata benissimo».

Al netto delle lamentele del politico di turno, una contraddizione colpisce più di altre. «Siamo forse l’unico Paese al mondo – riflette Sensi –  in cui la massima fragilità e la massima forza della nostra Pubblica amministrazione coincidono. Da una parte c’è la burocrazia immobile, quel ventre molle che resiste al cambiamento. Dall’altra l’amministrazione rappresenta un potente stabilizzatore e una garanzia democratica per chiunque entri a Palazzo Chigi. Se anche arrivasse Caligola non riuscirebbe a fare i danni che vorrebbe».

Ma a volte la burocrazia è solo una scusa. «È vero, l’amministrazione oppone resistenza contro molte riforme. Ma non ho mai visto un governo che abbia provato sul serio a superare quegli ostacoli», spiega il professor Ricolfi. Che sugli Stati Generali di Villa Pamphilj è piuttosto disilluso: «Conte e gli altri non sono lì a riformare il Paese, ma fanno un allegro centro di ascolto concedendo piccoli favori agli interessi corporativi affinché non facciano la guerra al governo». E le riforme, vere o presunte che siano, possono attendere.

 

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