Renzi prova a dare una mossa a Conte, laddove Zingaretti non c’è riuscito

Il governo procede di conserva, come si dice in Formula Uno, senza accelerare su nulla: siamo probabilmente nella fase più acuta del “contismo”, malattia infantile del politicismo che acuisce la contraddizione fra inerzia dell’esecutivo e urgenza dei problemi da affrontare. Ecco perché Matteo Renzi non si è fatto problemi nel ricorrere alla trita formula del “mettiamoci tutti intorno a un tavolo”, espressione non meglio precisata (un supervertice dei segretari?) pur di dare una sveglia a Giuseppe Conte.
La realtà dunque è che due partiti della maggioranza su quattro – mentre il M5s non parla di politica, paralizzato dalla baraonda interna – si sono stufati dell’inerzia di Conte. Sola la dalemiana LeU è “contiana”, il che non è moltissimo. Il leader del Pd, Nicola Zingaretti, da settimane sta cercando di far capire all’avvocato del popolo che bisogna cambiare marcia un po’ su tutti i principali dossier (scuola, Recovery fund, Mes, decreti sicurezza) ma sinora senza successo, fatta eccezione per gli annunci di una svolta su Quota 100 e appunto i decreti sicurezza: solo annunci però perché la ciccia ancora non c’è.
Matteo Renzi ieri l’ha messa giù con ancora maggiore chiarezza, e senza schifare le movenze da Prima Repubblica: quella che ha chiesto è la classica “verifica” (anche se «la parola è vecchia») con tanto di richiesta di rafforzamento della squadra con l’ingresso «di Zingaretti o Orlando», perché il Pd – deve essere questo il suo ragionamento – se vuole realmente condizionare Conte deve entrare al governo con il suo leader o il suo vice (e così magari ci scappa anche un dispettuccio a Dario Franceschini che nel caso non sarebbe più il capo delegazione del Pd). Zingaretti quindi si deve sporcare le mani. E se non gli andasse toccherebbe a Andrea Orlando (con Alfonso Bonafede in grande agitazione). Ma il leader dem respinge l’invito: «No, no, l’importante sono le idee, non i nomi». Vedremo che dirà Andrea Orlando.
Dunque la sintonia fra Nicola e Matteo esce confermata come uno dei tratti particolari di questa fase, tanto da formare una tenaglia che dovrebbe costringere il capo del governo a fare qualcosa, assumere una iniziativa, fornire una risposta. Nel suo andreottismo 2.0, Conte sinora è sfuggito come un anguilla ai problemi posti dai partner di governo, riuscendo a glissare sul Mes, utilizzando anche una certa inerzia su questo punto del ministro dell’economia Gualtieri; a non riaprire il dossier Ilva; a minacciare ma senza agire sulla vicenda Autostrade; a non muovere un dito sulla legge elettorale, grazie al patto non scritto di rinviare tutto; mentre sul Covid ha dato un segno di vita ma esclusivamente per mantenere i poteri che il Parlamento gli conferirà allungando lo stato d’emergenza. Dopodiché il Paese, sempre più inquieto, attende di capire quale sarà la strategia complessiva del governo per affrontare quella che ormai assomiglia in modo preoccupante alla temuta seconda ondata del virus.
Renzi si è messo addosso dunque i panni dell’uomo di governo anche per rassicurare una volta di più che i problemi di stabilità non verranno da lui, riaffermando anzi che l’orizzonte è quello della fine della legislatura e addirittura, per rendere più chiaro il concetto, infilando la carta della scelta del nome per il Quirinale nel mazzo della verifica. Il contrario del Renzi incendiario che molti si aspettano.
Sembra piuttosto definire, il capo di Italia Via, il suo personale calendario politico e di vita: alfiere di un governo che governi, e poi, alla fine dell’anno prossimo, un probabile pensierino al ruolo di segretario generale della Nato, ipotesi che – ha detto – «non è sul tavolo», almeno nell’immediato. Ma tra un anno chissà, potrebbe essere per lui un’ottima uscita di sicurezza dalla palude italiana.

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