S’avanza la fine dell’era Raggi, ora lo dicono, lo pensano e lo sperano anche i grillini

Per la prima volta un’esponente del Movimento Cinque Stelle ha detto pubblicamente che «è difficile con Raggi arrivare al ballottaggio». Vero, lo ha detto la sua acerrima nemica Roberta Lombardi, che la odia, ma è indubitabile che alla strutturale debolezza della sindaca di Roma si vada ora addensando tutto il fumo venefico che esala dal grillismo in caduta libera.

Detestata da molti, supercriticata da moltissimi, Virginia Raggi tiene il punto sulla candidatura ma nel caos grillino nessuno può giurare che si tratti di una soluzione definitiva. Tutto dipenderà dagli equilibri interni, esattamente come avviene nei partiti normali – su questa “normalizzazione” ha già scritto su Linkiesta Flavia Perina; e dal risultato che uscirà dal frullatore degli Stati generali potrebbe venir fuori qualunque decisione, anche una indigesta alla Raggi.

D’altra parte, se si guarda alle dinamiche romane del Movimento, si vede a occhio nudo che stanno cercando di farle il vuoto intorno: troppo negativo il quadriennio al Campidoglio (e proprio nulla lascia presagire che andrà meglio nei prossimi mesi) per puntare ancora su un nome che i romani non sopportano più. I consiglieri comunali grillini sono i primi a saperlo e a cercare altre strade per la propria rielezione.

Per tutti questo, anche se riuscisse effettivamente a candidarsi, l’attuale sindaca avrebbe ben poche chances di arrivare al ballottaggio: la previsione della perfida Lombardi ha molto fondamento.

Anche Luigi Di Maio se ne rende conto ma la cosa potrebbe persino fargli gioco. Infatti ha cominciato a pensare a un mega-trattativa con il Pd che contempli di fatto la rinuncia a Roma in cambio della conferma di Torino e la ricerca di nomi condivisi per Milano e Napoli. Il Nazareno ha smentito che questa trattativa si sia effettivamente aperta e c’è da credergli non fosse altro che per il fatto che dopo le Regionali il Pd non sembra avere particolare bisogno di un accordo a due con i grillini, semmai sono questi ultimi a cercare di salvare il salvabile con intese che gli garantiscano qualche posto.

Raggi dunque si appresta a diventare la grande sconfitta delle elezioni romane del prossimo anno. Mai un sindaco uscente e stato buttato fuori al primo turno. Ma è colpa sua non solo un evidente bilancio fallimentare su tutti i capitoli centrali della vita della Capitale ma anche il fatto di non aver saputo costruire una squadra convincente, una base politica di consensi, una tela di rapporti con i mondi vitali di Roma – dalle forze produttive ai giovani, agli intellettuali – né tantomeno proporre un’idea unitaria e coerente di rilancio dell’economia della città.

L’isolamento della sindaca è evidente e si accompagna, anziché correggerlo, alla crescente evanescenza della presenza grillina, contribuendo così a realizzare un unicum nella recente storia politica di un partito che nel giro di pochi anni è destinato a perdere centinaia di migliaia di voti, come fosse stato (e probabilmente è) un fuoco di paglia, una specie di parentesi che non ha modificato in nulla le storture del sistema-Roma.

La crisi del “raggismo” apre spazi alla sinistra e alla destra. Entrambe peraltro in difficoltà a trovare un candidato sindaco forte e potenzialmente vincente. A destra si è ritirato il meloniano Fabio Rampelli (Roma in teoria “spetta” a Fratelli d’Italia) mentre il centrosinistra, checché ne dicano al Pd, lavora giorno e notte alla ricerca di un nome.

Malgrado le smentite ufficiali, risulta anche a noi (lo ha anche scritto Daniela Preziosi su Domani) che continui il pressing su David Sassoli, il quale più di tanto avrebbe qualche difficoltà a continuare a dire «no grazie» tanto più se la richiesta di una sua scesa in campo dovesse venire non solo da Nicola Zingaretti e Dario Franceschini ma da ambienti cattolici cui egli è molto legato. Nella città di Papa Francesco, un sindaco cattolico manca da tempo e – si pensa in quegli ambienti – sarebbe ora di riparare.

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