Stefano Parisi lancia il piano operativo per uscire dall’emergenza

Un Piano Operativo per uscire in sicurezza dall’emergenza e ricostruire il Paese. È questa la proposta che più di 40 tra professionisti, imprenditori e accademici hanno inviato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al capo della task force Vittorio Colao.

Ricostruire l’Italia è un progetto articolato su tre fasi: uscire dall’emergenza sanitaria; la riapertura; la ricostruzione. L’idea dei promotori, tra cui l’ex ministro Giovanni Tria e il leader di Energie per l’Italia Stefano Parisi, è quella di far ripartire l’economia tempestivamente ma con responsabilità. «È un piano strategico per uscire il prima possibile e in sicurezza dal lockdown, proteggere il sistema produttivo e dare una grande spinta alla ripresa economica» spiega a Linkiesta Stefano Parisi.

Parisi, come nasce il piano Ricostruire l’Italia?
Raccogliendo le idee che sono emerse in questo periodo, partendo dal testo di Giovanni Cagnoli, abbiamo cercato di produrre un quadro di riferimento complessivo e completo che in questo momento manca nel Paese. In quanto è evidente la totale assenza di una strategia governativa.

A chi si rivolgono le misure proposte?
Ci siamo rivolti a tutte le categorie coinvolte nell’emergenza coronavirus. Uno dei problemi, per esempio, che presenteremo tra pochi giorni, è quello delle scuole chiuse: non possiamo pensare di riaprire le fabbriche e gli uffici se i genitori non stanno a casa con i bambini. Per quest’ultimi quindi sono state pensate una serie di attività ricreative o para-educative per consentire ai genitori di tornare a lavoro in tranquillità. L’idea è di entrare molto in concreto nelle cose da fare.

Avete avuto delle risposte da parte dei diretti interessati?
Tra i più coinvolti c’è Vittorio Colao, con cui a breve entreremo meglio nei dettagli della proposta. In questo momento, a mio avviso, il governo deve fare di tutto per accogliere le idee che si presentano.

Cosa manca al governo in questa fase dell’emergenza?
Quello che sembra mancare in questo momento è la decisione politica. Dobbiamo renderci conto che l’Italia che perde il 9 per cento di Pil nel 2020 e rischia il 4-5 per cento nel 2021, con un debito che inevitabilmente sta crescendo, potrebbe innescare uno scenario esplosivo. Con il rischio perfino di andare in default. A fronte di queste previsioni, si capisce che bisogna fare di tutto per riaprire il prima possibile, perché mentre noi parliamo le aziende concorrenti a quelle italiane sono aperte e lavorano.

Come si dovrebbe accelerare questo processo di riapertura?
Oggi siamo tutti in casa con la paura di incontrare un positivo da Covid-19, mentre il positivo al contrario va al supermercato a fare la spesa. Dobbiamo quindi fare l’esatto contrario: ovvero sapere dove sono i positivi, testarli e metterli sotto controllo con sistemi che sono già utilizzati in molti paesi, anche più democratici dell’Italia. Solo allora, in aggiunta ai dispositivi di protezione e alle procedure standard di misurazione della febbre, si potrà tornare a essere operativi. E continuare pertanto a produrre Pil.

Ci sono delle tempistiche con cui la vostra proposta dovrebbe essere operativa?
Da qui al tre maggio dobbiamo essere pronti, quindi la nostra proposta dovrebbe essere attivata a partire da oggi. Anche perché al momento, nonostante tutti i commissari, il governo non mi sembra concentrato sul futuro. Esiste ancora il problema delle mascherine, e questo credo sia un fatto molto grave. Siamo vittime del nostro stesso apparato burocratico.

Cosa prevede il piano operativo in termini di fiscalità e aziende?
In primo luogo, le misure da prendere devono essere immediate. Ad oggi non è stato erogato ancora un euro del fondo di garanzia, mentre negli Stati Uniti i soldi sono arrivati sui conti correnti due giorni dopo dall’annuncio del governo. Il secondo tema è quello del debito: un’azienda che ha un problemi di ricavi e rischia di avere un crollo in quanto nessuna banca è disposta a concedergli dei prestiti, prende comunque i soldi dallo Stato, soldi che un giorno potrebbe non essere in grado di restituire. Questo diventa tutto debito pubblico.

Quindi?
Bisogna attivare altre due misure: la prima, quella dell’ex ministro Tria, è di fare un fondo perduto di recupero parziale o totale dei ricavi persi; la seconda invece è di tipo normativo, con il quale si consentirebbe alle imprese di capitalizzare i costi, in modo tale che nella fase in cui non ci sono ricavi anche i costi vengono scorporati, portati a patrimonio e poi ammortizzati nei prossimi anni. Questo eviterà il fallimento.

Su questo progetto partiamo dal fatto che noi siamo in guerra, e ci sarà un dopo guerra nel quale ricostruire. La nostra proposta è anche un metodo che nei prossimi giorni continueremo a sviluppare, anche con seminari su web, per approfondire i punti più importanti e coinvolgere il maggior numero di forze politiche del Paese.

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