Storia di una parodia (quasi) impossibile

Donald Trump cerca di condizionare in ogni modo il prossimo mandato presidenziale, rinforzando le retrovie attraverso la nomina dell’ennesimo giudice conservatore della Corte Suprema e minacciando di non riconoscere la validità delle elezioni del prossimo novembre, nel caso ne uscisse sconfitto. Un atteggiamento bellicoso da grizzly americano che egli sembra preferire all’aquila simbolo degli Stati Uniti d’America e che, in quanto tale, è raffigurata nel Sigillo presidenziale.

Nonostante le molte differenze in termini di estrazione sociale e di cursus honorum, Trump vorrebbe ispirarsi, più o meno consapevolmente, a Theodore Roosevelt, il ventiseiesimo presidente americano che dall’età di quarantadue anni ricoprì due mandati dal 1901 al 1909 e non ne avrebbe disdegnato uno ulteriore, possibilità non preclusa dalla Costituzione Americana fino al 1951, come sarebbe accaduto invece tre decenni dopo al suo omonimo Franklin Delano che abitò la Casa Bianca dal 1932 al 1945.

Un’aspirazione parodistica e mai rivelata pubblicamente che, per quanti conoscono la biografia di Teddy Roosevelt, risulta però praticabile solo in parte. Ho conosciuto solo un altro politico dall’altra parte dell’oceano che in passato amava paragonarsi a Federico II di Svevia, Stupor mundi, l’imperatore sepolto in un sarcofago di porfido rosso nella Cattedrale normanna di Palermo. Eccessi di gioventù.

Dei quarantacinque presidenti americani, pochi sono diventati potenti icone cinematografiche. Tra di essi, Abraham Lincoln a motivo della grandezza della figura e della tragica fine, Theodore Roosevelt come si vedrà più avanti, Franklin Delano Roosevelt per l’immensa popolarità e il nuovo assetto del mondo deciso a Yalta e durato fino al 1989, Richard Nixon per la cacciata dopo lo scandalo Watergate e John Fitzgerald Kennedy, eroe tragico di una dinastia maledetta.

Theodore Roosevelt nacque a New York il 27 ottobre del 1858, figlio di un repubblicano progressista che ne portava il medesimo nome e di Martha Bulloch, una solida conservatrice figlia di proprietari terrieri di Roswell in Georgia, che pare abbia ispirato nel 1939 al regista Victor Fleming il personaggio di Rossella O’Hara, interpretato da Vivien Leigh nell’intramontabile film “Via col Vento” di cui ogni sera ci viene ricordata la colonna sonora. Curiosamente, sarebbe diventata la nonna di Eleanor, la dispotica moglie del padre del New Deal. Qualunque cosa possa aver pensato Alexis de Tocqueville, anche gli USA hanno le proprie royal famiglies, con tanto di principi ereditari, rampolli imbelli e regine madri.

Per quanto laureatosi con profitto in legge ad Harvard, il giovane Theodore non completò gli studi di specializzazione intrapresi alla Columbia University. Fervente massone di grado elevato, si dedicò piuttosto alla politica diventando a ventiquattro anni componente repubblicano dell’assemblea legislativa dello Stato di New York. Sostenitore del motto “low and order” – evocato per la prima volta nel 1790 dal giurista e padre fondatore John Adams, secondo a ricoprire la carica di presidente e primo inquilino della Casa Bianca – nel 1895 fu chiamato a far pulizia nel Corpo di polizia di New York, vera e propria terra di nessuno per l’altissimo livello di corruzione e di complicità con la malavita; in tale veste incoraggiò il poliziotto italo americano Joe Petrosino a indagare con successo sulla Mano Nera, antenata di Cosa Nostra.

Lo protesse ed agevolò in ogni modo favorendone la carriera fino a tenente e ne autorizzò le indagini che proseguirono sino alla data della morte avvenuta per mano mafiosa a Palermo il 12 marzo 1909 durante una missione in Sicilia che sarebbe dovuta rimanere segreta. Lungo la cancellata liberty che circonda la Villa Garibaldi in piazza Marina, una lapide segnala il luogo in cui venne assassinato. Appresa la notizia, Roosevelt dichiarò al New York Times «Petrosino è stato un grande uomo e un uomo buono. L’ho frequentato per anni, non sapeva cosa fosse la paura». Per uno strano caso del destino, era stato proprio il detective ad avvisare il presidente McKinley  che si stava organizzando l’attentato in cui avrebbe perso la vita nel 1901, come in già in passato aveva fatto con la polizia italiana circa un possibile tentativo di matrice anarchica contro Umberto I. Fu inascoltato in entrambi i casi. Ma questa è un’altra storia.

È nel clima di quegli anni che lo scrittore Caleb Carr ci fa incontrare Teddy Roosevelt, frattanto diventato capo della polizia di New York, quale committente dello psichiatra Laszlo Kreizler, protagonista del romanzo ambientato nel 1896, “L’Alienista”, pubblicato in Italia nel 1995 da Mondadori in cui appare come vero e proprio capostipite della stirpe di criminologi che la letteratura e il cinema americani hanno proposto successivamente con successo. La prima stagione dell’omonima serie televisiva è stata trasmessa nel 2018 negli Stati Uniti da TNT e poi da Netflix e  quest’anno è andato in onda il sequel con il titolo “The Angel of Darkness” più centrato, segno dei tempi, sulla figura della coprotagonista femminile l’investigatrice Sara Howards già apparsa in secondo piano nel romanzo originario. Teddy non c’è, era già entrato nell’amministrazione di William Mckinley come vice segretario della marina; gli sarebbe succeduto anni dopo in quanto vicepresidente, dopo l’uccisione di questi avvenuta nel 1901, come Commander in Chief.

L’Alienista, Caleb Carr

Ma non era la prima volta che il Presidente della politica del Big Stick (lett. grosso randello) compariva sugli schermi cinematografici. Era già accaduto nel 1975 con il film “Il Vento e il Leone” del regista John Milius che racconta la vicenda del rapimento/salvataggio della ricca vedova americana Eden Pedecaris (Candice Bergman) con i propri figli e della relazione di stima reciproca, seppur a distanza di migliaia di chilometri, con il romantico rapitore, lo sceriffo delle montagne del Rif, Mulay Achmed Mohammed el Raisuli, pretendente legittimo ma senza speranze al trono del Marocco, interpretato da Sean Connery.

Memorabile la sequenza del film in cui il Presidente ordina che un grizzly ucciso personalmente durante una battuta di caccia venga impagliato e collocato alla Casa Bianca, ritenendolo un simbolo più adeguato a rappresentare gli Stati Uniti che, egli soggiunge «Saranno sempre i più forti e per questo i più soli, come l’orso». Una frase che vale il programma di una presidenza indimenticabile e non solo per aver dato il proprio vezzeggiativo a tutti gli orsetti di peluche dei bambini di ogni parte del mondo. Decisionista e volitivo e spesso inviso al proprio partito che lo definiva un avventurista e «un maledetto cow boy» sviluppò una politica di ampie riforme tra cui la concessione di maggiori diritti dei lavoratori e inedite iniziative ambientali ma, al tempo stesso, fu uno spregiudicato populista che privilegiava un rapporto “di pancia” con gli elettori, viaggiando senza tregua in ogni angolo della Federazione, istituendo la pensione per tutti i reduci di guerra e dando il via a imponenti opere pubbliche.

Protezionista degli interessi nazionali in Sud America, ebbe un ruolo determinante nell’apertura del canale di Panama. Interruppe l’isolazionismo nei confronti dell’Europa adoperandosi come mediatore in molte controversie internazionali, ottenendo nel 1906 il Premio Nobel per la Pace. Non fu mai tenero con la stampa definendone i rappresentanti «muckraker» (lett. spalaletame) soprattutto quando si ostinavano a portare avanti indagini autonome su scandali pubblici ed episodi di corruzione. Un lettura più sentimentale ne ha dato il regista Shawn Levi assegnando a Teddy nel film-commedia  del 2008, Una notte al Museo, un ruolo protettivo; la statua equestre  del presidente americano, raffigurato a cavallo durante la guerra ispano americana in cui guidò una famosa carica a Cuba e che ne fece un eroe nazionale, prende vita al Museo di Storia naturale di New York durante le notti movimentate dal bailamme provocato dagli altri personaggi che si risvegliano dalla chiusura al pubblico delle sale e fino al sorgere del sole. Nel ruolo di consigliere e di mentore interpretato dal compianto Robin Williams ironico e irriverente come sempre, toglie dai pasticci l’allibito custode, un brillante Ben Stiller.

Il regista rivela alcuni tratti privati del carattere di Roosevelt, tra cui la solitudine che lo avvolse dopo la morte della moglie Alice Hataway e della madre Mittie nel medesimo giorno, il 14 febbraio del 1884 e del figlio Quentin, caduto con il proprio aereo da combattimento in Francia nel luglio del 1918. Gli sarebbe sopravvissuto soltanto sei mesi. Credo che, a modo proprio, Donald Trump, pur non avendone i numeri,  nutra per Theodor Roosevelt una sincera ammirazione che interpreta con la rozzezza pacchiana del self-made man; nonostante gli studi alla prestigiosa Wharton, la business school dell’Università della Pennsylvania, è rimasto più influenzato dagli anni dell’adolescenza trascorsi  nella New York  Military Accademy, la scuola militare privata preparatoria all’ammissione all’Accademia di West Point, cui si ispirò probabilmente nel 1981 il film diretto da Harold Backer, Taps Squilli di rivolta, con il diciannovenne Tom Cruise e il ventunenne Sean Penn, entrambi esordienti in ruoli di rilievo.

Nonostante ciò, a motivo di frequenti rinvii ottenuti per motivi di studio, Trump non svolse mai alcun servizio militare, fatto che non gli ha impedito di ironizzare brutalmente sul senatore repubblicano John McCaine, pluridecorato eroe della Guerra del Vietnam e suo oppositore alle primarie del 2012, con le parole rimaste tristemente memorabili: «è un eroe di guerra perché è stato catturato. A me piacciono le persone che non si fecero catturare». Forse avrebbe vergogna a ripeterlo davanti al Vietnam Weterans Memorial (The Wall) di Washington che ricorda i nomi dei 58.318 caduti nelle paludi del Mekong. Ma, d’altronde, i muri per i vivi e l’analoga noncuranza per gli oltre duecentomila americani deceduti in larga parte per la scellerata ed arrogante posizione nei confronti della pandemia, parlano chiaro. Teddy gli avrebbe dato una sonora bastonata.

Come emerge dalla biografia Never Enough la verità su Trump, scritta da Michel D’Antonio nel 2015 dopo una lunga serie d’interviste al candidato presidente, il suo liceo è stato il business e l’università il mondo dei media dove si è sempre mosso in modo predatorio e non risparmiandosi ampie parentesi sessiste, spesso non gradite dalle interessate come ha ricordato l’ex modella Amy Doris, oggi quasi cinquantenne e madre di due figlie tredicenni, in un’intervista al quotidiano britannico The Guardian, ripresa da la Repubblica il 17 settembre scorso. Certo fa un certo effetto se riferito a chi proprio in questi giorni ha designato quale giudice della Corte Suprema un’altra Amy più o meno della stessa età, la cattolicissima Coney Barret, madre di sette figli e nota per le battaglie antiabortiste. Il Senato degli Stati Uniti, nonostante la maggioranza repubblicana, dovrebbe avere almeno il buon gusto di non ratificare una nomina in extremis, anche per rispetto verso uno dei presidenti appartenenti al proprio partito e tra i più amati dagli americani che alla morte dell’adorata moglie scrisse nel proprio diario «la luce è uscita dalla mia vita».

Si risposò nel 1886 con Edith Carow, il cui tenero amore era sbocciato in età adolescenziale, molto prima di conoscere Alice, rimanendo per decenni sepolto tra i ricordi giovanili di entrambi. Di Teddy non si ricordano altre relazioni, a differenza del suo lontano cugino che, nonostante la propria disabilità, non smise mai di “guardarsi intorno” come ricordato nel film del 2012 “A Royal weekend”, delicata ricostruzione della visita di Giorgio VI e consorte nel 1939 ospiti di Franklin ed Eleanor nella tenuta di Springwood Hyde Park sul fiume Hudson. Il film è interpretato da Bill Murray e Samuel West per la regia di Roger Michell. La visione fu vietata ai minori americani «per la presenza di scene di breve sessualità». In fondo neanche JFK né Bill Clinton sono stati stinchi di santo, ma anch’essi erano democratici.

L’ultima tegola sulla policroma testa di Donald Trump cade in questi giorni con l’accusa di aver evaso le tasse per milioni di dollari. La notizia deflagrante è stata data lunedì dal New York Times con abbondanza di particolari e il supporto di documenti ufficiali; sta facendo il giro del mondo a poche ore dall’attesissimo confronto con Joe Biden. Dove non avranno potuto altre accuse, sarà il fisco americano il boia di “the Donald”? D’altronde, solo così venne incastrato Al Capone e dal film di Martin Brest “Vi presento Joe Black” del 1998, interpretato da Brad Pitt ed Antony Hopkins abbiamo appreso che negli USA due sono le certezze: la morte e le tasse. Una curiosità, la commedia originale “La Morte in vacanza”, cui il film si ispira, fu scritta dal commediografo Alberto Casella nel 1923 che diresse il primo sceneggiato prodotto dalla RAI nel 1954, Il Dottor Antonio, come ho ricordato nell’articolo di sabato scorso dedicato a quell’indimenticabile stagione televisiva.

In conclusione, nonostante il tentativi di Trump di ispirarsi a Teddy Roosevelt, illudendosi di rinnovarne le gesta, sembra proprio che egli ne abbia perso le tracce sul sentiero sdrucciolevole dei tanti errori commessi dietro le quinte scintillanti del suo unico e vero successo,“The Apprentice”, il game show che per quattordici stagioni lo ha visto dominus assoluto degli ascolti televisivi nella parte di colui che giudicava se promettenti manager americani avessero o meno le qualità per essere assunti nel Trump Empire. Una sorta di nuovo sogno americano in salsa blended tra il Grande Fratello e MasterChef, il cui profumo di soldi facili ha illuso a tal punto gli elettori americani da farli cadere quattro anni fa in una padella in cui molti ancora rosolano compiaciuti, Covid 19 a parte.

Non mancano infatti pareri favorevoli al suo operato come quello di Stefano Vaccara, direttore de La Voce di New York, che l’8 settembre scorso ha interpretato controcorrente il personaggio di Donald Trump e il mandato presidenziale che ha svolto fino ad oggi. Difesa d’ufficio, segnale di un consenso significativo presso la comunità italo americana, quello della componente ebraica sembra scontato dopo lo storico accordo dei giorni scorsi, o un punto di vista da considerare attentamente da parte dei Democratici, evitando di dare per scontati i pur lusinghieri sondaggi, come già nel 2016 fu per Hillary Rodham Clinton ?

Non possiamo saperlo così, come non è da sottovalutare una reazione autoritaria e priva di fair play in caso di vittoria di Biden con numeri incerti. Non sarebbe piacevole assistere ad una sorta di sorteggio finale come sostanzialmente accadde per George W. Bush nel 2000 quando prevalse su Al Gore per una differenza di soli cinque voti dei grandi elettori. In presenza di un risultato che Trump ha già dichiarato di non essere disposto ad accettare se così controverso, la palla passerebbe alla Corte Suprema che dovrà decidere come uscire da una delle più drammatiche vicende costituzionali che il Paese si troverebbe ad affrontare.

Quanto all’ex presidente, se definitivamente sarà tale, non resterà che tentare di copiare ancora una volta Theodore Roosevelt che, deluso da William Taft che gli era succeduto, decise di opporvisi, spaccando i repubblicani e fondando il primo terzo partito statunitense che chiamò “progressista” esempio seguito nel 1992 da Ross Perot. Alle presidenziali del 1912 Teddy vinse in 6 stati ottenendo ottantotto grandi elettori, battendo il suo antico partito che si fermò a otto ma aprendo così la strada al democratico Woodrow Wilson. Visto il modo sprezzante con cui finora Trump ha trattato il partito dell’Elefante ed i mezzi di cui dispone potrebbe non essere una prospettiva irreale e gli verrebbe facile, in fondo, come una nuova puntata di The Apprentice in cui soltanto ha dimostrato di eccellere. A patto però che tenga a mente per se stesso un insegnamento che il suo “modello” era solito impartire: «questo Paese non sarà mai un buon posto dove vivere per nessuno di noi, a  meno che noi non lo si renda un buon posto dove tutti si possa vivere».

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