Sul referendum ora il Pd tende a escludere la libertà di coscienza

Libertà di coscienza? «Tenderei a escluderlo», dice Andrea Orlando, a un passo dal «preferirei di no» ripetuto ossessivamente da Bartleby, lo scrivano di Melville. Escludere la libertà di coscienza significherebbe rispondere no alla lettera di Tommaso Nannicini e Giorgio Gori nella quale i due esponenti dem chiedevano al segretario del Partito democratico che, nella contesa fra Sì e No al referendum sul taglio dei parlamentari che lambisce il partito, fosse assicurata appunto libertà di coscienza e par condicio, dunque pari dignità, nell’espressione delle rispettive ragioni (vedremo presto cosa succederà alla Festa nazionale dell’Unità che si terrà a settembre a Modena).

Il vicesegretario del partito, a dire il vero, ha anche precisato che bisognerà discutere la cosa «con le altre anime del partito», e anche qui vedremo come si posizionerà la sua, di anima.

Ma il punto è che è piuttosto singolare che nel 2020 si debba ancora discutere se in un partito democratico – qualunque partito democratico – sia lecito, in un referendum su temi istituzionali e non di principio, sostenere una posizione diversa da quella del gruppo dirigente. La classica discussione lunare.

Si inalbera il Comitato per il No: «In una modifica così importante della Costituzione, che è la base della rappresentanza, la cosa più importante non è l’indicazione del partito ma la conoscenza delle ragioni del Sì e del No. Noi non chiediamo a nessuno di rinunciare alle ragioni che lo spingono a votare Sì, chiediamo soltanto di poter avere la libertà, che al momento ci è negata, di esporre nelle feste, nei circoli e in tutti i luoghi di discussione dei democratici, la nostra posizione per il No, che ormai accomuna eminenti personalità e tanti militanti dem».

A maggior ragione visto che il segretario del Partito democratico ha sostenuto che il taglio dei parlamentari senza altri correttivi (che a questo punto il partito affida alla speranza) rappresenta un problema per la democrazia: e si pretenderebbe che una simile preoccupazione non venga manifestata?

D’altra parte la preoccupazione del Nazareno è del tutto comprensibile. Che si dia l’impressione di non reggere sulla posizione del Sì, o quantomeno di concedere troppo terreno ai “dissidenti” accreditando l’immagine di un gruppo dirigente che comanda ma non dirige.

Ma invece ai dem farebbe persino comodo un alto numero di No in qualche modo da rappresentare a un (per ora ipotetico) tavolo per i correttivi e una nuova legge elettorale, per far pesare quel dissenso sul piatto della trattativa che forse un giorno ci sarà.

In secondo luogo, sarà tutto da vedere come il gruppo dirigente, che in questi ultimi giorni pare asserragliarsi invece di includere, potrà impedire che singoli o gruppi di militanti facciano sentire in ogni modo le loro ragioni per il No. Scartata per ragioni culturali e pratiche la via della repressione del dissenso, ecco che sarà bene prendere atto di un dibattito reale e lasciare che si sviluppi democraticamente in tutte le sedi.

Scommetteremmo che alla fine uscirà una linea più soft e tollerante, in contrasto con la previsione di Andrea Orlando. La partita si fa interessante.

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