Vertice Ue, Conte non molla sui fondi del Recovery e cerca di allontanare il Mes

L’ultima proposta di Charles Michel deve passare al vaglio dei 27 capi di Stato e di governo Ue e su un dettaglio, come la formulazione delle clausole dello stato di diritto o degli standard climatici per accedere ai fondi, può ancora impantanarsi tutto. La nuova proposta di compromesso del presidente del Consiglio europeo prevede che i piani presentati dagli Stati membri vengano approvati dal Consiglio a maggioranza qualificata in base alle proposte presentate dalla Commissione. La valutazione sul rispetto delle tabelle di marcia e degli obiettivi fissati per l’attuazione dei piani nazionali sarà affidata al Comitato economico e finanziario, gli sherpa dei ministri delle Finanze. Se in questa sede, “in via eccezionale”, qualche Paese riterrà che ci siano problemi, potrà chiedere che la questione finisca sul tavolo del Consiglio europeo prima che venga presa qualsiasi decisione.

 

“Cauto ottimismo” – Dopo giorni di volti scuri e pessimismo, dopo uno “scontro durissimo” con l’olandese Mark Rutte, dopo il timore di dover ricominciare tutto daccapo, il presidente del Consiglio ritrova però “un cauto ottimismo”. E confida di tornare più forte in Italia, per affrontare la sfida sui fondi del Mes, che lui vorrebbe evitare di chiedere ma che  Nicola Zingaretti gli chiede di non rifiutare.

 

La “battaglia” di Conte – La successiva “enorme battaglia” negoziale, spiegano fonti di Palazzo Chigi, è stata quella di evitare che in extremis il volume del Recovery Fund si riduca da 750 a 700 miliardi di euro, ridimensionandone la portata “simbolica”: altri leader, lamentano gli italiani, erano “pronti a cedere”. Conte difende a spada tratta l’ultima proposta che Charles Michel porta sul tavolo negoziale. Anche perché le proiezioni sulla ripartizione dei fondi lo rassicurano.

 

Fondi, sussidi e prestiti: i numeri della proposta – Rispetto alla proposta iniziale della Commissione europea, potrebbero essere confermati i sussidi e arrivare molti più prestiti. Mentre rispetto alla prima proposta fatta da Michel al tavolo del Consiglio europeo l’Italia vedrebbe un aumento totale di 34,9 miliardi di euro, con un calo dei sussidi di 3,8 miliardi e un aumento dei prestiti di 38,8 miliardi. All’Italia spetterebbero in totale 208,8 miliardi, di cui 81,4 miliardi di sussidi e 127,4 miliardi di prestiti. Un risultato possibile nonostante il taglio complessivo dei sussidi nel Recovery Fund (i cosiddetti “grants” scenderebbero da 500 a 390 miliardi), perché non sarebbero tagliati i due fondi di cui più beneficerebbe l’Italia, ovvero la Recovery and resilience facility e la ReactEu.

 

I 38 miliardi in più e il Mes – A conti fatti, i 38 miliardi di prestiti che Roma prenderebbe in più equivarrebbero alla cifra che l’Italia potrebbe ottenere chiedendo il Mes. Ed è questo il punto politico. Nell’entourage di Conte sono convinti che se l’accordo si chiuderà così, per il governo giallorosso un voto sul Mes, con il rischio di strappo di una parte del M5s, sarà più lontano. Due i motivi. Il primo: i prestiti del Recovery Fund, con tripla A, maturity a trent’anni e tasso d’interesse zero, sono “più vantaggiosi” di quelli del Mes. Il secondo: l’accordo sul Recovery potrebbe portare un effetto benefico di calo dello spread che farebbe risparmiare diversi miliardi.

 

Tempistiche “problematiche” – Non è detto che tutto fili liscio però: i fondi del Recovery potrebbero non arrivare prima della primavera del 2021. Prima di allora potrebbe rendersi necessario chiedere i 37 miliardi di euro del fondo Salva Stati. Ne sono convinti ad esempio al Pd e spiegano che i due dossier sono separati: “Il Mes lo prenderei, per la sanità. Ci conviene, se li rimborsiamo in sette anni. Ma deciderà il governo”, dice il segretario dem Nicola Zingaretti. E anche nel M5s c’è chi ritiene che il nodo Mes, nonostante i rischi di tenuta della maggioranza in Parlamento, sia difficilmente evitabile.

 

L’opposizione dell’Olanda – Fino all’ultimo, però, la prudenza è d’obbligo. Perché l’Olanda le tenta tutte per ottenere il potere di veto sull’erogazione dei fondi. Nelle ultime bozze sembra saltare la possibilità per un singolo Paese di dare un giudizio negativo sull’attuazione delle riforme da parte dei Paesi che accedano ai fondi, e così bloccarli. Nei negoziati Rutte e i suoi sherpa vengono definiti “coriacei”: si gioca sugli avverbi, sulle parole, per cercare di “legare le mani” a chi, come l’Italia, dovrà garantire riforme per accedere alle risorse. Ma Conte è convinto di ottenere che le decisioni vengano prese a maggioranza qualificata dall’Ecofin: nessun potere di veto. E il negoziato continua.

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